Puntualmente torna a materializzarsi. Senza farsi attendere, principia sempre di nuovo a palesarsi. In forma impalpabile e minacciosa. Seminando il panico su tutta la linea. E chiedendo, senza mediazioni, la resa al suo cospetto. È lo spread, il nuovo spettro che si aggira per il mondo.

Ma cos’è lo spread? Qual è la sua obiettiva essenza? Proviamo, senza pretese di esaustività, a definirlo pensando altrimenti. E affrancandoci dallo storytelling egemonico propalato dai pretoriani del turbomondialismo dei mercati sradicati a scorrimento liquido-finanziario illimitato. Potremmo, con Hegel, chiamarla la fenomenologia dello spread. La neolingua anglofona turbocapitalistica lo chiama spread: in realtà è la reazione organizzata della classe dominante apolide-finanziaria allorché le masse nazionali-popolari votano altrimenti rispetto ai suoi desiderata.

Lo spread serve a intimorire le masse mediante spauracchi immaginari, di modo che esse preferiscano rimanere nelle loro catene abbandonando ogni velleità di liberazione. È l’equivalente del latinorum di manzoniana memoria, il capolavoro della neolingua a beneficio dei mercati deregolamentati e della loro classe di riferimento.