“Vorrei essere il ct che riporta l’Italia dove merita: sul tetto del mondo e dell’Europa”. Davanti ai microfoni, col suo ciuffo elegante e il sorriso da gentleman del pallone, Roberto Mancini è sempre stato un fuoriclasse. Sarà anche per questo che la Federcalcio di Roberto Fabbricini (e quindi di Giovanni Malagò) ha scelto lui per guidare la Nazionale nei prossimi quattro anni: qui dopo il disastro di Giampiero Ventura e la mancata qualificazione ai Mondiali, c’è da rifare l’Italia. Non solo come squadra, proprio come percezione e rapporto della gente con la maglia azzurra. E il “Mancio”, allenatore modesto ma comunicatore di grande carisma, potrebbe anche riuscirci. “Sarà nostro compito riavvicinare l’Italia ai tifosi attraverso gioco e risultati”, ha detto nella conferenza stampa di presentazione. “Chiedo ai giocatori che arriveranno qui di tirare fuori i sogni che hanno nel cuore”.

Quasi 3 milioni all’anno fino al 2022 (ma può andar via)
Da oggi Mancini è ufficialmente il nuovo commissario tecnico della Nazionale. Ha firmato un quadriennale a quasi 3 milioni di euro a stagione (e non due, come sembrava in un primo momento), che lo legherà alla Figc fino ai Mondiali in Qatar, ma solo se le cose andranno bene. Entrambe le parti hanno voluto inserire delle vie d’uscita. La brutta esperienza di Ventura, che ha battuto cassa fino all’ultimo centesimo anche dopo la  storica mancata qualificazione ai Mondiali, è servita da lezione. Ad esempio, se l’Italia dovesse mancare l’accesso anche agli Europei 2020, il contratto sarebbe automaticamente risolto. Al contrario, in caso di vittoria del torneo o di finale, al tecnico potrà essere riconosciuto un aumento importante (e allora sì che il suo compenso tornerebbe su livelli più che decenti). Ma più curiosa di tutte, forse, è la terza clausola, per cui sia la Federazione che Mancini potranno optare per l’addio con l’ingresso nelle prime quattro (semifinale): il contratto è pensato fino ai Mondiali 2022, ma non si sa mai.

La prima scelta era Ancelotti, lui più disponibile
Per alcuni è solo un rimpiazzo: la prima scelta, almeno per Billy Costacurta, il sub commissario che in teoria avrebbe dovuto scegliere il ct, era Carlo Ancelotti, che però ha dato solo una disponibilità condizionata, chiedendo una serie di garanzie tecniche e soprattutto politiche che la Federazione commissariata non voleva (o non poteva) dare. Per altri invece il processo di selezione è stato tutto una farsa, perché ai piani alti avevano puntato sin dal primo momento il “Mancio”, compagno di club di Malagò al Circolo Aniene e amico di molti. Sta di fatto che dopo tre mesi di incontri più o meno segreti, annunci mediatici e voci di corridoio, alla fine è arrivato il nome più facile da raggiungere, che non poneva troppe condizioni (come Ancelotti) e non ha preteso ingaggi da capogiro (tipo Conte nel 2014). Adesso bisogna solo capire se sia davvero la persona giusta per la rifondazione della nazionale.

Pro: Balotelli e giovani, torna il selezionatore puro
Mancini ha dei pregi indiscutibili: è un grande intenditore di calcio. Sa capire i calciatori e farli rendere al massimo. Sa anche gestirli, come ha fatto con Mario Balotelli, di cui è stato l’unico vero mentore: “Ci parleremo, probabilmente lo chiameremo”. Con lui in panchina la Nazionale potrà ripartire da “Super Mario”, e in un momento di penuria di talenti (specie in attacco) non è cosa da poco. Il resto si vedrà strada facendo: “Ci sarà spazio per tutti, guarderemo l’età perché dobbiamo costruire per il futuro. Il modulo e l’atteggiamento verrà deciso sulla base delle caratteristiche della rosa”, spiega. Nessun dogma teorico, insomma: l’Italia ritorna al profilo di un selezionatore quasi puro. Mancini poi ha anche spessore internazionale (al contrario di Ventura, tradito anche e soprattutto dalla sua mancanza di esperienza). E poi un pizzico di fortuna che non guasta mai, come dimostra la sua carriera costellata di successi rocamboleschi.

Ccontro: pochi risultati e niente grandi acquisti
Non mancano però anche le controindicazioni: allenatore tatticamente modesto, che ha sempre avuto problemi nelle grandi partite (e in nazionale ce ne sono parecchie). Personaggio umorale, famoso per i suoi “colpi di tacco” in campo e a quelli di testa in panchina, negli ultimi anni ha raccolto poco: anche l’ultima stagione allo Zenit San Pietroburgo è stata disastrosa e i russi non vedevano l’ora di liberarsi di lui. Predestinato (per alcuni proprio raccomandato), il Mancio non è mai stato abituato a fare “le nozze coi fichi secchi” (metafora che invece ben rappresenta la nazionale azzurra di questi tempi): ha sempre allenato grandi squadre con grandi campioni, e quando non li aveva piantava grane per farseli comprare. Stavolta non ci sarà nessun presidente da cui andare a batter cassa: dovrà arrangiarsi, e chissà se ne sarà capace. “Meglio, il bello della Nazionale è che non si devono andare ad acquistare giocatori in giro. Così non avremo problemi”. Se lo dice lui.

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