Se avete preso ben chiaro quel che si spiegava nel precedente post, ebbene, possiamo cominciare a tessere la tela costruttiva.

Facciamo uno sforzo di fantasia, un vero salto di qualità rispetto al solito tran tran che ci attanaglia da anni: invito il lettore a immaginare di essere stato nominato ministro dell’Economia e dello Sviluppo (Mise) e di avere – ohibò – mentalità e preparazione manageriale. Come se fosse il Ceo di una società gigantesca, molto malmessa, di cui fatica molto a capire dove sia il capo e dove sia la coda.

Un manager siffatto ha un compito fondamentale, molto diverso da quello dello studioso bocconiano (et similia): deve innanzitutto conoscere bene l’azienda che gli viene affidata, deve valutarne i punti deboli e i punti forti, deve avere una visione corretta e di sintesi del mercato cui l’azienda si deve obbligatoriamente rivolgere, deve valutare il livello di managerialità (ovvero “acculturamento manageriale”) del suo sistema di comando, deve scegliere gli obiettivi di vendita in termini di breve termine e di medio termine, deve riorganizzare la sua azienda in ordine agli obiettivi prescelti (fra i quali, importantissimi, gli obiettivi di profitto e di liquidità). Insomma un insieme di studi, riflessioni, valutazioni, scelte che trovano una sintesi nel piano industriale. Su questo il nostro manager scommette la sua carriera.

Il problema è che il ministro dell’Economia e dello Sviluppo non è un manager: il suo compito è affine ma diverso nella sostanza.

Il compito di un ministro del Mise è quello di predisporre un quadro di provvedimenti che facilitino al massimo la vita del sistema economico italiano e, nello specifico, del sistema manifatturiero italiano. In parole povere deve inventare una politica manifatturiera tale da condurre il Paese verso una fase di solida e duratura prosperità. Non è lui ad azionare il motore ma solo la centralina elettronica che deve ottimizzare le rese.

La politica manifatturiera in Italia non è mai esistita ma sostituita dalle iniziative dei singoli imprenditori, benedette da alcune falsi mantra come “la legge la fa il mercato, la proprietà individuale è sacra, l’imprenditore rischia di suo, piccolo è bello, libertà massima nelle scelte aziendali, ecc. ecc. Quanto ci sarebbe da dire su queste affermazioni! Ma torniamo al nostro ministro. Lui è un tipo speciale: vuole davvero cercare di far ripartire questa gigantesca ricchezza nazionale che oggi latita e/o dorme. Sì, perché capisce che se non esce dagli schemi, la soluzione non c’è.

Fino a non molto tempo fa la strada sarebbe stata obbligata: nuovi investimenti, intervento dello Stato nell’economia, spinta nelle commesse pubbliche. Evviva Keynes! In fondo era facile: si stampava moneta, si finanziavano tutte o quasi le iniziative con l’espansione del debito pubblico. Le risorse private, attratte da questa ventata, si sarebbero arrischiate e sarebbero – sempre con prudenza – entrate nel vortice incrementando a loro volta l’economia. La nostra moneta ne sarebbe uscita con le ossa sempre più rotte? Che importa? Si era sempre fatto così e ne era scaturita una ricchezza sempre più diffusa, più accattivante. Un bellissimo sogno da cui poi, alla fine, ci si sveglia. E la realtà è ben più difficile e amara.

Oggi si impreca tanto contro l’euro, molti ne vogliono uscire. Altri invece lo ringraziano per aver fatto emergere la verità, cioè che la manifattura italiana è – sì – un qualche cosa di gigantesco ma ha i piedi di argilla. E se altri Paesi ancora truccano il giochino, ebbene noi non possiamo più farlo: abbiamo spinto il nostro debito pubblico così in alto che se ci muoviamo ancora di un pelo scattano interessi da pagare che ci ammazzano sull’unghia. Siamo pur sempre privi di materie prime e senza energia propria: essere beccati su una sconsiderata politica monetaria è la cosa più facile di questo mondo.

Decidiamoci a guardare in faccia la realtà. Per fortuna, abbiamo un ministro-Mise che tutto il mondo ci invidia…