Un paladino dell’antimafia agli arresti domiciliari. E un ex presidente del Senato indagato. Ma anche una serie di ufficiali di polizia, carabinieri, guardia di Finanza e i vertici dei servizi segreti coinvolti nell’inchiesta. È un’indagine che tocca i piani alti della politica e dell’imprenditoria quella della procura di Caltanissetta su Antonello Montante.

“Tentacolare rete di rapporti per spiare indagine a suo carico” 
Considerato per anni il simbolo della riscossa degli imprenditori siciliani contro Cosa nostra, l’ex presidente di Confindustria Sicilia è finito stamattina gli arresti domiciliari. Il motivo? Aveva creato una rete di informatori per spiare i magistrati che da tre anni lo indagavano per concorso esterno a Cosa nostra. Per il gip si tratta di una “tentacolare rete di rapporti”, un contesto di soggetti “legati a doppio filo dallo scambio di favori funzionali”, di cui fanno parte sia gli indagati sia “apicali esponenti delle istituzioni”, che ha agito “al fine di ostacolare le indagini” della procura. “Può senz’altro dirsi – scrive il giudice – come ci si sia trovati innanzi ad una tentacolare rete di rapporti che dimostra la pervasività del contesto investigativo e sta a testimoniare il sistema di protezione che si è alzato attorno agli odierni indagati da parte di soggetti inseriti ai più alti livelli della Polizia, dei Servizi di informazione e sicurezza e dell’ambiente politico italiano”.

Pm avevano chiesto l’arresto: no del gip
Per l’ex presidente di Sicindustria la procura di Caltanissetta aveva chiesto custodia cautelare in carcere. Ma il gip ha negato la richiesta, scegliendo i domiciliari perché, a suo avviso, l’attuale presidente della Camera di commercio di Caltanissetta ha sì “intrattenuto qualificati rapporti con esponenti di spicco di Cosa nostra”, ma non ci sono elementi a sufficienza per configurare il reato di mafia. A Montante, dunque, è contestata l’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine.  “La salvaguardia delle esigenze di cautela sociale e probatoria – scrive il giudice  – non richiede l’applicazione della custodia intramuraria, potendosi validamente assicurare con altra misura custodiale minore”.

“Montante vicino alla mafia ma no concorso esterno”
 
L’indagine su Montante si è inizialmente mossa sul reato di concorso in associazione mafiosa.  Poi però la procura non ha raggiunto elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. “Le risultanze procedimentali – si legge nella richiesta della procura – pur consentendo di raggiungere quei significativi approdi che si è cercato di offrire all’attenzione del giudice, non sono dotate, allo stato di quella soglia probatoria che deve necessariamente assistere l’astratta configurabilità di ipotesi di reato del tipo di quelle che qui vengono in rilievo e non sono pertanto idonee a un proficuo e utile esercizio dell’azione penale”. “L’accusa di concorso esterno non è stata formulata nella richiesta di misure cautelari in quanto la soglia probatoria non si è ritenuta sufficientemente acquisita a fronte di indicazioni di collaboratori di giustizia che parlano di vicinanza di Montante a personaggi di particolare rilievo della mafia di Serradifalco. La vicinanza non significa automaticamente la configurazione del reato di concorso in associazione mafiosa”, ha detto il procuratore Amedeo Bertone, che con l’aggiunto Gabriele Paci e i sostituti Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso contesta all’imprenditore di aver creato una rete illegale per spiare le indagini a suo carico. E di quella rete facevano parte esponenti delle forze dell’ordine, mentre tra gli indagati c’è anche Renato Schifani, senatore di Forza Italia ed ex presidente di Palazzo Madama, accusato di aver rivelato notizie riservate.

La rete e gli ufficiali delle forze dell’ordine coinvolti
Della rete di Montante facevano parte – secondo l’accusa – anche esponenti delle forze dell’ordine. Sono finiti ai domiciliari, infatti, anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, ex capocentro della Dia di Palermo tornato all’Arma dopo un periodo nei servizi segreti, Diego Di Simone, ex sostituto commissario della squadra mobile di Palermo, Marco De Angelis, sostituto commissario prima alla questura di Palermo poi alla prefettura di Milano, Ettore Orfanello, ex comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza a Palermo. Agli arresti anche il re dei supermercati Massimo Romano – già nel team legalità di Sicindustria – che gestisce la catena “Mizzica” – Carrefour Sicilia, con oltre 80 punti vendita nella regione. Il sesto provvedimento cautelare riguarda Giuseppe Graceffa, vice sovrintendente della polizia in servizio a Palermo, sospeso dal servizio per un anno. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione per delinquere finalizzata a commettere delitti contro la pubblica amministrazione, accesso abusivo a sistema informatico e corruzione.

” Schifani passò notizie riservate”
Nell’inchiesta ci sono poi 15 indagati eccellenti non raggiunti da alcun provvedimento: si tratta di politici, generali, dirigenti di Polizia ma anche docenti universitari. Come Schifani, accusato di aver rivelato notizie coperte da segreto, apprese dall’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito che a sua volta le aveva avute da altri appartenenti alle forze di polizia. In particolare, avrebbe riferito al docente universitario Angelo Cuva (indagato) che il colonnello Giuseppe D’Agata era coinvolto nel procedimento. Dalle intercettazioni – scrive il gip – sarebbe dunque emersa una rete in cui vi era uno “stabile canale di comunicazione” tra un appartenente alla Polizia e uno 007 “al fine di travasare notizie riservate sull’indagine in corso presso questa procura”. Informazioni che “su input del generale Esposito” dovevano essere “veicolate al Montante e, successivamente, anche a Giuseppe D’Agata al fine di consentire loro di prendere le dovute contromisure”. A tal fine, si legge ancora nell’ordinanza, “si accertava che il D’Agata fosse in contatto con un professionista palermitano cui è legato da saldi rapporti d’amicizia, Angelo Cuva, e che quest’ultimo rappresentasse il trait d’union tra lo stesso D’Agata e il senatore Schifani, il quale, a sua volta, si relazionava ai fini descritti con il generale Esposito”.

Ex presidente del Senato nega e minaccia querela
L’ex presidente del Senato, però, nega ogni addebbito. “Apprendo con stupore l’indagine a mio carico riguardo una mia presunta condotta, che è assolutamente inesistente – dice il presidente del Senato –  Mi riservo, piuttosto, di denunciare per millantato credito chi per ipotesi mi ha coinvolto e fin d’ora sono a disposizione dell’Autorità giudiziaria per comprendere meglio la vicenda ed avviare tutte le iniziative opportune, al fine di tutelarmi da un’accusa palesemente infondata. Rivendico, infine, che non ho mai avuto alcuna amicizia o frequentazione con il signor Montante, a dimostrazione dell’assoluto disinteresse nei confronti di quest’ultimo”.

Sotto inchiesta i vertici dell’Aisi
Accusato di aver avuto in qualche modo un ruolo nella catena delle fughe di notizie c’è appunto Esposito, ex direttore del servizio segreto civile (Aisi). E poi Andrea Cavacece, capo reparto dell’Aisi, Andrea Grassi, ex dirigente della prima divisione del Servizio centrale operativo della polizia, Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di finanza di Caltanissetta e poi capocentro della Dia nissena, Mario Sanfilippo, ex ufficiale della polizia tributaria di Caltanissetta. Il professore Angelo Cuva, docente di diritto tributario all’università di Palermo, Maurizio Bernava, ex segretario confederale della Cisl, gli imprenditori Andrea e Salvatore Calì, titolari di un’azienda che avrebbe effettuato bonifiche negli uffici di Montante, Carlo La Rotonda, direttore di Reti d’imprese di Confindustria, Letterio Romeo, ex comandante del reparto operativo dei carabinieri di Caltanissetta, Salvatore Mauro e Vincenzo Mistretta: quest’ultimo è indicato comevicino a Montante e avrebbe cercato di contattare persone che dovevano essere ascoltate dalla procura.

In casa una stanza segreta con dossier
A raccontare i dettagli dell’inchiesta in conferenza stampa è stato il numero uno degli inquirenti nisseni, Amedeo Bertone. L’indagine della squadra mobile di Caltanissetta, coordinata dal vice questore Marzia Giustolisi, ha avuto impulso nel gennaio 2016 quando, durante una perquisizione a Serradifalco (Caltanissetta) nella villa di Montante, all’epoca ancora indagato  per concorso esterno in associazione mafiosa, gli agenti hanno rinvenuto in una stanza nascosta da una libreria, un archivio con veri e propri dossier che riguardavano soprattutto magistrati e giornalisti. “Sono quaranta le persone oggetto di dossieraggio, attraverso l’acquisizione di dati sensibili: si tratta, tra gli altri, di magistrati e giornalisti”, ha detto il procuratore Bertone. Frugando nel suo pc hanno recuperato tra i file cancellati quello che elencava contatti, incontri, e compensi per i corrotti (soprattutto posti di lavoro, promesse di trasferimenti etc.). Particolarmente attiva sarebbe stata la complicità del maggiore Orfanello, che nei suoi accertamenti tributari sarebbe stato “molto generoso con gli amici di Montante ma molto severo con i nemici”. Per i dossier e le rivelazioni del segreto d’ufficio Montante poteva contare su Di Simone, Perricone e Graceffa. Il questore di Caltanissetta, Giovanni Signer, ha detto che “l’indagine ha portato a scoprire punti deboli nella nostra amministrazione ma ci conforta il fatto che siamo stati noi stessi ad accertarlo e dunque a dimostrare che nella polizia ci sono ancora gli anticorpi che ci assicurano affidabilità e integrità istituzionale”. Ad accusare Montante oltre ad alcuni collaboratori di giustizia, ci sono anche due ex amici dello stesso imprenditore, Marco Venturi, ex assessore regionale, e Alfonso Cicero, ex presidente dell’Irsap.

L’elenco delle persone spiate: politici, giornalisti e magistrati
Sono decine i profili contenuti nell’archivio di Montante: dallo stesso Cicero, che era alla guida dell’Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive, a Davide Durante, ex presidente di Confidustria Trapani, da Gioacchino Genchi ex poliziotto e legale di Pietro Di Vincenzo, imprenditore condannato per estorsione e cessione fittizia di beni, dall’ex senatore Pd Vladimiro Crisafulli, all’attuale assessore regionale all’Economia Gaetano Armao. L’elenco è lunghissimo: ci sono i collaboratori di giustizia, l’ex presidente del consorzio Asi di Caltanissetta Umberto Cortese, l’ex direttore di Confindustria nissena Tullio Giarratano, l’ex assessore regionale Nicolò Marino e i suoi figli, i giornalisti Giampiero Casagni e Attilio Bolzoni. Secondo il gip Montante “voleva acquisire informazioni su persone che hanno rivestito un ruolo politico di ambito regionale e che erano entrate in rotta di collisione con lui e col sistema confindustriale che rappresenta in relazione alle più svariate vicende”.

La scalata del paladino dell’antimafia e le accuse dei pentiti
Il “sistema” di cui parla il giudice è quello che vedeva Montante al vertice. L?imprenditore, infatti, è il simbolo della svolta antimafia di Confindustria: era stato chiamato anche in viale dell’Astronomia come responsabile nazionale per la Legalità dell’associazione degli imprenditori. Nel 2015 aveva ottenuto un poltrona importante: il governo lo aveva scelto come componente dell’Agenzia dei beni confiscati, l’ente che gestisce le proprietà immobiliari confiscati ai boss di Cosa nostra. Ma l’avviso di garanzia ricevuto a gennaio 2016 aveva gettato più di un’ombra sul suo operato. I magistrati gli contestavano legami d’affari e rapporti di amicizia con Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, figlio di Paolino Arnone, storico padrino della provincia di Caltanissetta morto suicida in carcere nel 1992. Quattro i collaboratori di giustizia che hanno messo a verbale dichiarazioni contro Montante: Carmelo Barbieri, Pietro Riggio, Aldo Riggi e Salvatore Dario Di Francesco. Proprio indagando su quei presunti legami dell’imprenditore con uomini Cosa nostra, gli investigatori hanno scoperto il caveau con i dossier. Per gli inquirenti sarebbe frutto della rete che sarebbe stata costruita da Montante per proteggersi dalle indagini di mafia. Lui che alla lotta alla mafia sostiene di avere dedicato ogni sforzo.

L’Alessandro Ferrara coinvolto nell’inchiesta non è il responsabile del reparto analisi dell’Aisi come inizialmente indicato – il quale risulta completamente estraneo – ma un omonimo. Ci scusiamo con i lettori e con il diretto interessato per l’errore.

Modificato da Redazione Web alle 20.57 del 16 maggio 2018