L’ultima mossa di Trump, benché preannunciata, sta suscitando grande preoccupazione in Vaticano. Papa Francesco è allarmato. L’Osservatore Romano mercoledì ha aperto la prima pagina con il titolo: “Strappo di Trump sull’Iran”.

E nell’articolo, citando il presidente americano sulle cosiddette “prove” esibite dal premier israeliano Netanyahu a proposito della presunta attività nucleare iraniana, il quotidiano della Santa Sede si premura di sottolineare: “Va detto tuttavia … che l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha smentito Netanyahu negando tali attività. E anche oggi l’Aiea ha ribadito che l’Iran rispetta pienamente l’accordo”.

L’organo della Santa Sede è peraltro costretto a conservare un certo stile controllato. Chi vuole sapere qual è l’atmosfera che regna in Vaticano deve attingere a canali liberi di esprimersi più liberamente e al tempo stesso in piena sintonia con i pensieri del pontefice. Accadeva anche ai tempi di Giovanni Paolo II.

Quando era in preparazione l’attacco americano all’Iraq del 2003, papa Wojtyla lasciava che battitore libero fosse il direttore della Radio Vaticana, padre Pasquale Borgomeo, il quale – già prima che George W. Bush entrasse in guerra – sparava a zero sulla politica statunitense, condannando l’ “unilateralismo della politica (statunitense)” e la teorizzazione della guerra come “crociata del bene contro il male”.

In questi giorni lo specchio dell’allarme, che pervade il Vaticano per il profilarsi di nuovi conflitti, si ritrova nell’articolo di fondo dell’Avvenire, il giornale della Cei. Il titolo è eloquente al massimo. “Un oceanico guastatore”. E le riflessioni dell’editorialista Riccardo Radaelli sono durissime.

Le motivazioni di Trump per denunciare l’accordo con Teheran sono definite una “grancassa retorica”. Washington agisce sotto la spinta delle “pressioni saudite e israeliane” e della destra statunitense. I falchi attorno al presidente degli Stati Uniti si muovono con “fanatica determinazione” per distruggere l’eredità politica di Obama. La parola passa ora all’Europa: “E’ comunque indubbio che l’Unione Europea possa rimanere in silenzio o piegarsi supinamente alle decisioni statunitensi”.

Non è sfuggito alla diplomazia vaticana che il premier israeliano Netanyahu da pochi giorni si sia fatto autorizzare dal Parlamento la facoltà di decidere praticamente da solo la dichiarazione dello stato di guerra in situazioni di “estrema emergenza” (necessita unicamente dell’approvazione del ministro della Difesa). Così come in Vaticano hanno registrato che settembre scorso Israele ha organizzato le più imponenti manovre militari dell’ultimo ventennio. Da notare: in presenza di un Egitto amico, di un Libano incapace di aggressione, di una Siria stremata dalla guerra civile, di una Giordania notoriamente in buone relazioni con lo Stato di Israele.

Un articolo di analisi militare nelle pagine interne di Avvenire spiega che in realtà non c’è da credere all’eventualità di un impazzimento di Teheran e dunque di un attacco atomico iraniano contro Israele. Ciò che è in ballo è altro: la supremazia militare incontestata di Israele e la possibilità di minacciare i suoi nemici (Hezbollah, Hamas e Jihad islamica palestinese) con la “strategia aggressiva della risposta sproporzionata”. Come si vede in queste settimane con l’uccisione sistematica dei dimostranti di Hamas lungo la frontiera di Gaza e i ripetuti attacchi aerei missilistici contro basi siriane che ospitano militari iraniani.

In ultima analisi la destra nazionalista e il blocco fondamentalista d’Israele hanno bisogno della superiorità militare totale per poter attuare la politica di annessione strisciante dei territori palestinesi in Cisgiordania.

Netanyahu ha promesso che “due Stati” secondo gli accordi di Oslo dell’ormai lontano 1993 (uno Stato israeliano e uno Stato palestinese) non ci saranno mai e sta mantenendo la promessa. Aizzare allo scontro contro l’Iran (con l’appoggio dell’Arabia saudita) distoglie l’attenzione dall’occupazione delle terre palestinesi. Tra pochi giorni sarà inaugurata l’ambasciata americana a Gerusalemme e questo galvanizza i falchi nazionalisti e fondamentalisti.

Ma un Medio Oriente stremato dalle violenze dell’Isis, dagli sconvolgimenti avvenuti in Iraq con l’infausta guerra di Bush e di Blair, dalla catastrofe della guerra civile siriana non avrebbe bisogno di un altro focolaio di tensione. Per questo papa Francesco è estremamente preoccupato.