di Massimo Arcangeli

Al fine de le sue parole il ladro,
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”

Sono i versi iniziali del XXV canto dell’Inferno. Li abbiamo sottoposti per gioco, perché provassero a interpretarli, ad alcuni studenti della scuola secondaria fra i tanti che hanno partecipato alla Festa di scienza e filosofia di Foligno (27-30 aprile). Chi avrà la pazienza di guardare il filmato che abbiamo realizzato per l’occasione scoprirà se i nostri dantisti in erba (che quel canto a scuola non l’hanno affrontato) se la sono cavata. Di seguito la mia interpretazione dei tre misteriosi versi danteschi, che spiego anche nel video.

Vanni Fucci alza le braccia e, con le mani atteggiate a un gesto osceno, bestemmia Dio. È da scartare senz’altro l’ipotesi che Dante Alighieri ci presenti qui una particolare versione del dito medio eretto, magari con l’indice (meglio che l’anulare) disposto quasi orizzontalmente rispetto al medio, a formare l’angolo retto di una squadra. Giovanni della Casa, nel Galateo overo de’ costumi, parla di donne che nel Cinquecento, per vergogna, sostituivano le oscene fiche con castagne:

“Le mani alzò con amendue le fiche”, disse il nostro Dante, ma non ardiscono di così dire le nostre donne, anzi, per ischifare quella parola sospetta, dicon più tosto le castagne, come che pure alcune, poco accorte, nominino assai spesso disavedutamente quello che se altri nominasse loro in pruova elle arrossirebbono, facendo mentione per via di bestemmia di quello onde elle sono femine.

Le tondeggianti castagne sormontate da un picciolo (proprio come i fichi) fanno pensare a una mano chiusa a pugno con il pollice che sporge fra indice e medio piuttosto che a una mano – sempre chiusa a pugno – sovrastata dalla lunga asta di un medio eretto.

Che cosa avrà voluto allora intendere, quella “bestia” del Fucci, con te le squadro? C’è chi ha inteso quest’espressione – forzandola un po’ – come te le misuro in faccia e chi – con minor impegno – l’ha glossata con le dirigo, le indirizzo a te. Ci si sarà sentiti confortati, in ambedue i casi, dai tanti esempi due-trecenteschi che hanno descritto qualcuno colto nell’atto di sbattere in faccia ad altri il gesto offensivo. In realtà quel Togli, Dio, ch’a te le squadro! non è improbabile sia da intendersi Becca, Dio, le metto a squadra per te!.

Cosa sarebbe invece messo a squadra? Più che le mani o le fiche, metonimicamente, le braccia – braccio e avambraccio – da cui sono sorrette. Come se il gesto del ladro – a rincarare la dose giacché ad atto sacrilego si aggiungerebbe così atto sacrilego – riproducesse quello di un ministro del culto con le braccia piegate ad angolo retto. E chissà che non c’entrino, in quegli arti superiori squadrati, anche le braccia della torre descritta da Giovanni Villani: In sulla rocca di Carmignano (castello pistoiese preso dai fiorentini nel 1228) avea una torre alta settanta braccia, e ivi due braccia di marmo, che faceano le mani le fiche a Firenze. Una rocca e un castello che Vanni Fucci, pistoiese, doveva conoscere bene; si chiamava Giovanni di Guelfuccio dei Lazzàri ed era un guelfo nero, facinoroso e violento, macchiatosi di diversi reati e bandito da Pistoia nel 1295.

Quanto alla vulva con cui molti hanno identificato le fiche dantesche, non c’entra niente. La fica è in realtà un fico, protruso il tanto che basta a suggerire un pene: con l’indice e l’anulare piegati a rappresentare le cosce o i testicoli. Il latino ficus, d’altronde, era femminile e i casi di fica per significare fico sono innumerevoli nell’italiano dei primi secoli. Sono perciò altrettanto falliche le castagne del Castiglione; ne parla anche Benedetto Varchi nell’Hercolano, là dove descrive un ulteriore storico gesto, quello del manichetto:

Quando alcun huomo iroso e col qual non si possa scherzare è venuto per la bizzarria sua nel contendere con chi che sia in tanta collora e smania che, girandogli la coccola, non sa o non può più parlare e nientedimeno vuol soprafare l’avversario e mostrare che non lo stimi, egli, serrate ambo le pugna e messo il braccio sinistro in su la snodatura del destro, alza il gomito verso il cielo e gli fa un manichetto; o veramente, posto il dito grosso tra l’indice e quello del mezzo, chiusi e ristretti insieme quegli altri e disteso il braccio verso colui, gli fa (come dicono le donne) una castagna, aggiungendo spesse volte: to’, castrami questa.

Il gesto delle fiche – importato con le rispettive locuzioni anche da Francia (faire la figue) e Spagna (hacer la higa) – vanta una ricca iconografia. Su una pala d’altare del 1492 conservata al Bavarian national museum di Monaco, opera del pittore polacco Jan Polack, ne è bersaglio Cristo. In un quadro di un altro pittore – l’olandese Godfried Schalcken – il cui tema è una prova di castità, a compierlo è un giovane uomo sullo sfondo di una scena dove un medico esamina le urine di una giovane donna in lacrime. Benedetti ragazzi.