È stata confermata dalla Cassazione la condanna a cinque anni per Emanuele Cipriani e a cinque anni e otto mesi per Marco Bernardini, nell’ambito del processo per i dossier illegali dei quali erano accusati i due investigatori privati. La vicenda riguardava la security di Telecom e Pirelli guidata da Giuliano Tavaroli e impegnata dal 2000 a confezionare ‘report’ illeciti su personalità più o meno note della politica, dell’imprenditoria e dell’informazione.

Davanti ai supremi giudici sono arrivate solo queste due posizioni perché per tutti gli altri imputati è scattata la prescrizione in secondo grado. Il processo d’appello è stato celebrato quasi quattro anni dopo quello di primo grado. Il processo di primo grado, la sui sentenza era stata pronunciata il 13 febbraio 2013, si era concluso con sette condanne e cinque assoluzioni. Con questo verdetto gli ermellini hanno in sostanza confermato quello emesso dalla corte d’assise d’appello di Milano nel dicembre 2016. Hanno però annullato con rinvio al giudice penale per quanto riguarda i provvedimenti di confisca emessi a carico dei due imputati e hanno stabilito che il giudice civile rivaluti gli aspetti risarcitori nei confronti delle varie parti civili costituitesi nel processo.

Sono passati 10 anni da quando scoppiò l’inchiesta dossier illegali, una sorta di spy story tutta italiana che vide, secondo l’accusa, la security di Telecom e Pirelli, all’epoca guidata da Giuliano Tavaroli, impegnata a confezionare ‘report’ illeciti su una serie di personaggi più o meno noti: imprenditori, politici, giornalisti e persino calciatori. Nelle cartelline gialle preparate dagli “spioni” gialle finivano le informazioni raccolte da fonti aperte e legalmente, in quelle azzurre invece i dati scovati e ottenuti illecitamente. C’erano poi gli attacchi informatici da parte del Tiger Team, che nato come nucleo per la difesa informatica della società, secondo le indagini era stato utilizzato anche per spiare concorrenti e “nemici”.L’inchiesta della Procura di Milano deflagrò anche nel cuore delle istituzioni nell’estate del 2006 perché per alcuni mesi in molti caddero nell’equivoco che fossero state eseguite anche intercettazioni. Un equivoco che portò anche all’approvazione in fretta e furia di una legge, votata da tutto l’arco istituzionale, che ordinava la distruzione dei dossier. Una norma che poi finì davanti alla Consulta perché la distruzione dei report implicava di fatto l’eliminazione del corpo del reato. Dieci anni dopo il processo era ancora alle soglie della sentenza di secondo grado e per la maggior parte degli imputati è stata quindi dichiarata la prescrizione. Il pg, nella sua requisitoria, aveva ricordato che al vaglio c’era “una vicenda di gravità inaudita, ma che ormai troppo tempo era passato: “È stato creato un sistema per influenzare e ledere la dignità delle persone, degli interessi imprenditoriali, dello Stato e della sicurezza nazionale”.

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