Un recente intervento di Michele Serra su Repubblica a proposito del bullismo è stato estesamente commentato su questo giornale e a mio modo di vedere anche alquanto travisato.

Certamente, Michele Serra ha scritto che “il livello di educazione (…) è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”, frase che è stata interpretata come espressione classista di una sinistra salottiera e antipopolare. Serra però considera indesiderabile questo stato di cose ed il suo articolo esordisce con “Tocca dire una cosa sgradevole”. La sua analisi attribuisce il presunto scarso livello di educazione dei membri delle classi sociali più disagiate alla cultura e alla propaganda populista e lo considera “un danno atroce inferto ai poveri”.

Il testo di Serra non è salottiero e a me ha ricordato alcuni articoli classici – e giustamente famosi – di Pier Paolo Pasolini, intellettuale scomodo del quale tutto si può dire ma certamente non che non fosse di sinistra. Scriveva Pasolini sul Corriere della Sera del 18 ottobre 1975 che “l’universo popolare romano è universo ‘odioso’ (…) E ne ho anche indicato le ragioni (perdita da parte di giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento eccetera)”. Pasolini proponeva nello stesso articolo un rimedio chiaramente provocatorio: l’abolizione della scuola e della televisione che riteneva responsabili della perdita dei valori tradizionali da parte di un proletariato e sottoproletariato inurbato.

Non scriverò qui dell’episodio di bullismo ai danni del professore di Lucca: è un episodio criminale e a mio parere come tale andrebbe trattato, col rispetto della vittima ed il giudizio penale sui colpevoli, seppure con tutte le attenuanti del caso. Sono invece colpito dall’evidente rassomiglianza tra le posizioni di Serra e di Pasolini e dalla loro apparente paradossalità rispetto al messaggio di sinistra ed è proprio questa paradossalità che mi sembra interessante commentare.

La teoria di Karl Marx si basava sulla constatazione dell’esistenza delle classi sociali e della contrapposizione tra i rispettivi interessi di cui ho parlato in un articolo precedente, ma aveva un chiaro difetto, analizzato lucidamente da Antonio Gramsci: la lotta di classe rappresenta l’eccezione piuttosto che la regola nella storia della convivenza sociale.

Gramsci aveva visto i membri delle classi inferiori morire a decine di migliaia nella carneficina della Prima guerra mondiale, per inseguire interessi e ideologie non loro e aveva tentato di spiegare questo fenomeno con il concetto dell’egemonia culturale: ogni classe sociale adotta l’ideologia che può scegliere tra le varie circolanti nella società. Le classi più elevate erano state in grado di offrire un modello culturale divenuto egemone e quindi adottato contro il proprio interesse dalle classi inferiori grazie all’assenza di un modello culturale alternativo.

Per Gramsci la lotta di classe si spostava dal piano della realtà sociale al piano culturale e il materialismo dialettico diventava un ideologismo dialettico. Coerentemente, Gramsci attribuiva al Partito comunista il compito primario di elaborare l’ideologia “vera” delle classi subalterne. Il Partito comunista perseguì tenacemente questa strada, ma Pasolini fu il primo ad accorgersi che i figli dei contadini inurbati continuavano a scegliere un’ideologia piccolo borghese, anche quando l’ideologia della loro classe era divenuta disponibile; e del resto, in tempi molto più recenti, quanti italiani appartenenti a classi disagiate hanno creduto al modello berlusconiano? Marx e Gramsci partivano infatti da un assioma sbagliato: che la scelta ideologica – quando i modelli culturali di riferimento sono disponibili – sia determinata dalla classe sociale di appartenenza.

In questo senso mi sembra che Serra abbia scritto, in fondo, un articolo analogo e meno radicale di quello di Pasolini e che entrambi siano perfettamente inseriti in una linea di pensiero “di sinistrapost-Gramsciana. Non necessariamente il popolo è di sinistra e non necessariamente l’ideologia di sinistra riflette i desideri o i sogni delle classi sociali meno abbienti, che possono facilmente preferire i predicatori populisti.

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