La giustizia nonostante, edito da Sellerio, è un saggio del compianto Ettore Randazzo (noto avvocato penalista) dedicato agli addetti ai lavori. Di piacevole lettura anche per chi non ha scelto di percorrere il lungo e tortuoso sentiero che porta alla carriera forense. Un manuale breve da leggere tutto d’un fiato, ogni volta che sorgono dei dubbi sulla funzione della difesa tecnica nel processo penale e sul funzionamento del nostro sistema giudiziario.

Come succedeva a Randazzo, capita di sentirmi rivolgere dal cliente la domanda: “Ma almeno, avvocato, otterremo giustizia?”. E come l’autore del libro non sempre sono in grado di rispondere affermativamente o evito di azzardare prognosi favorevoli se non in quei casi in cui, da una veloce lettura degli atti, mi sono già fatto un’idea della strategia difensiva da adottare. Ma la difesa tecnica in un processo penale non è roba semplice e la prudenza va sempre mantenuta.

Mi è capitato di riprendere in mano il saggio di Randazzo pochi giorni fa, spinto da vicende analoghe trattate dal libro e per via di quei processi in cui la figura dell’avvocato rischia di assumere un ruolo marginale. Tra le pagine del libro, scritte sapientemente da Randazzo, ritrovo l’entusiasmo di un tempo.

La procedura penale nella teoria è assai diversa dalla sua applicazione pratica. I titoli dei capitoli del libro sono una sintesi ricca di significati: “L’inganno della presunzione dell’innocenza”, “La difesa nel e dal processo mediatico”, alcuni “casi irrisolti”, nonostante le lunghe battaglie delle Camere penali per una giustizia più equa e nonostante siano trascorsi 12 anni dalla pubblicazione del saggio. “Le auguro ogni bene”. Mi rispose Randazzo ad una mail che gli inviai per ringraziarlo di aver scritto “La giustizia nonostante”, pochi mesi prima del mio giuramento.

Già nella veste di patrocinatore legale, avevo tastato il terreno di gioco e avevo preso atto dell’esistenza di alcune storture presenti nel “regolamento”. Come ad esempio la consapevolezza che con la presunzione di non colpevolezza (principio tanto caro a noi garantisti), che vale per qualsiasi cittadino non ancora condannato in via definitiva, coesiste quella “disciplina repressiva sfrontatamente improntata alla presunzione di colpevolezza” ovvero la possibilità di applicare il regime carcerario anche al presunto innocente. Argomento sul quale si potrebbe discutere ore e che di solito, ricorda anche l’autore, diventa importante solo per colui che è coinvolto personalmente. Per chi non ha avuto a che fare con la giustizia: indagato, imputato e condannato in via definitiva sono la stessa cosa, criminali.

E del rapporto della giustizia con gli organi di stampa, cosa ne pensa Randazzo? “Esiste un’intrusione nel processo, specie in quello politicamente appetibile”, “una sorta di arma impropria …. spesso nella disponibilità dell’organo d’accusa; quando va bene, piegata quasi esclusivamente ad esigenze di mercato. Apprese le notizie sull’inchiesta giudiziaria… gli organi di stampa mettono in atto la loro attività ordinaria: un vero e proprio confezionamento della notizia”. Notizia “debitamente corredata di sensazionalismo, se non di una buona dose di abile distorsione per adeguarsi ai fini politici… nonché di enfasi laudatoria, espressa e sottintesa, in favore degli inquirenti”.

“La giustizia nonostante” è l’ultimo capitolo. Prima dell’appendice costituita dal codice deontologico forense e (buona cosa) anche dal codice deontologico del magistrato.

Ma quale funzione hanno gli avvocati? La stessa funzione dei magistrati: fondamentali perché la legge venga applicata correttamente. Perché anche gli avvocati come i magistrati hanno le loro responsabilità se il sistema giudiziario risulta inadeguato. Non basta “la mera e burocratica abilitazione” per esercitare la professione forense.

“Allora avvocato, quando otterrò giustizia? E quando la otterrò, e quindi sarò assolto, chi mi risarcirà dei danni subiti?”. Do un colpo con i palmi delle mani alla scrivania e mi lascio trasportare dalle ruote della sedia verso la parete dietro di me. Lascio l’ennesimo sbaffo nero sul muro. Ecco l’ultima fatidica domanda che gli assistiti rivolgono a noi operatori del diritto.

Nel saggio, la domanda del “maltrattato” al suo avvocato è più diretta: “Se il giudice sbaglia, perché non paga di persona, come sono costretti a fare gli altri cittadini, dipendenti pubblici e non?”. Secondo Randazzo vi sono due ordini di motivi: la libertà del magistrato di operare “senza il condizionamento del rischio di rispondere dell’errore” e la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che viene applicata come extrema ratio.

Richiudo il libro, dal quale ho preso spunto, che ho sostituito al codice per rispondere a tutte le domande del mio assistito. Senza usare un gergo tecnico, che per lui sarebbe risultato incomprensibile, cerco sempre di ricordare a me stesso che la sua vicenda giudiziaria è prima di tutto un fatto umano.