Si dice di non chiedere pareri all’oste in merito al vino che si accinge a mescere. Nell’odierna civiltà che fa di chef e sommelier una casta incensurabile, il riferimento al contesto enogastronomico non è poi così fuori luogo. La premessa vuole rispolverare la questione della privacy violata da Facebook e grazie a Facebook in danno di una moltitudine di utenti che a distanza di giorni continuano a porsi la medesima domanda: possibile che nessuno si sia accorto di quel che è successo e che stava succedendo?

Una entità titanica come quella capeggiata da Mark Zuckerberg ha sempre potuto contare su strutture interne dedicate alla prevenzione e alla soluzione di certe imbarazzanti faccende. Non bastassero le risorse aziendali, l’industria Facebook è protetta da reggimenti di pretoriani che non sono l’”esercito del surf” (cantato da Catherine Spaak quando io ero bimbo) ma rappresentano la più qualificata schiera di infallibili consulenti.

Ciò nonostante, le cose sono andate come non avrebbero dovuto finire. Quel che maggiormente sbalordisce gli addetti ai lavori (e in vista dell’incombente Gdpr o Regolamento Europeo, hanno raggiunto una capillarità… condominiale) è che uno specifico audit sul rispetto della privacy sia stato eseguito e – ironia della sorte – sia stato redatto prendendo in considerazione proprio il periodo “incriminato”.

Il rapporto, non reperito sottobanco grazie a chissà quali whistleblower, è presente sul sito della Federal Trade Commission statunitense e chi ha voglia di approfondire può farlo su una fonte di prima mano. La commissione federale aveva già in passato sollecitato Facebook al fine di intraprendere alcuni passi ad ampio spettro: da un lato per prevenire abusi nell’utilizzo delle informazioni personali degli utenti del social e dall’altro informare in modo puntuale cosa e come fosse oggetto di condivisione con partner commerciali o altre aziende.

L’attività di revisione – almeno a quanto è dato leggere dall’incartamento – si è tradotta nel rilascio di una specie di certificato di buona salute. Nonostante il rapporto sia legittimamente oscurato in larga parte per non pregiudicare la riservatezza dello stato dell’arte in quell’ambito, sono accessibili alcune frasi che in modo sintetico lasciano intendere una sostanziale regolarità e una riconoscibile conformità alle norme, circostanza clamorosa smentita da quei birbaccioni come Kogan, Wylie & C. che hanno fatto esplodere il bubbone Cambridge Analytica.

“I controlli di riservatezza sono operati da Facebook con sufficiente efficacia per fornire ragionevole assicurazione di tutela della privacy”. Ho provato a rileggere il punto D pubblicato a pagina 21 dell’ “Independent assessor report on Facebook privacy program” e ho continuato a capire le stesse medesime cose.

Zuckerberg non ha affidato questo genere di accertamento della regolarità ad un simpatico pizzicagnolo, ma si è rivolto a uno dei leader di un mercato in cui gli standard non mancano davvero. Il riferimento – puntuale a pagina 15 del documento – è agli standard tecnici ed etici che fanno capo all’American Institute of Certified Public Accountants.

Dinanzi a timbri e marche da bollo l’utente dovrebbe sentirsi rassicurato. Non so se riuscirò a sedare gli animi degli amici (veri e non su Facebook) che mi hanno palesato le rispettive preoccupazioni per quel che è accaduto sul social network, ma ci proverò senza temere di essere brutalmente spernacchiato.

Sottovoce – come Marzullo – continuerò a domandarmi quale sia l’utilità delle certificazioni, degli standard e di tutti gli altri scudi utilizzati per validare verità che ad un certo punto non si rivelano tali.

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