Ieri pomeriggio, dopo la sentenza, mi ha chiamata Salvatore Borsellino… è stato difficile trovare parole appropriate da usare e quelle parole non sono arrivate nemmeno oggi. È stato difficile anche gioire al cento percento. Ho pensato agli sforzi immani che alcuni (pochi) uomini devono sobbarcarsi per arrivare alla “semplice” verità, alla solitudine che spesso li circonda, al sarcasmo che i loro detrattori usano per criticare il ragionatore invece che il ragionamento. Alla rabbia che ci pervade e ci rende tutti un po’ meno umani. Questo processo è stato l’emblema di tutto questo.

E allora oggi vorrei utilizzare questo piccolo spazio per dichiarare pubblicamente a chi sono andati i miei pensieri.

A Nino Di Matteo, per essersi fatto carico del peso più grande di questo processo, che non è stato solo l’immane lavoro per istruirlo e portarlo avanti ma l’essere diventato il bersaglio delle infinite accuse e ritorsioni di chi avrebbe preferito seppellire le verità che stavano emergendo.

A Roberto Tartaglia, per aver scelto di entrare in un vespaio che avrebbe annichilito anche il più esperto magistrato e per averlo fatto con una professionalità, una chiarezza e una compostezza che raramente ho visto in questo ambiente.

A Salvatore Borsellino, che è stato il primo sostenitore di questo processo e quello che sicuramente si è più esposto, motivo per il quale si è tirato dietro le ire di tanti giornalisti, opinionisti, politici, fino ad arrivare (a dar credito alle indiscrezioni – mai confermate – su quelle famose intercettazioni tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino fatte distruggere nel silenzio di politica e media) al presidente della Repubblica stesso.

Al procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, la cui assenza accanto ai suoi Sostituti nella giornata di ieri spiccava terribilmente.

A Giorgio Napolitano, che ha provato (inutilmente, per fortuna) ad evitare la propria testimonianza al processo.

Ad Aaron Pettinari, Lorenzo Baldo e a tutta la redazione di Antimafia Duemila, l’unica testata giornalistica che ha seguito di presenza ogni singola udienza di questo infinito processo.

Al magistrato Gabriele Chelazzi, che, se non se lo fosse portato via un infarto (?), oggi sarebbe stato in prima fila a cercare la verità sulle innumerevoli e vergognose trattative tra pezzi delle istituzioni e mafiosi e/o terroristi eversori.

A questo giornale, il cui direttore, Marco Travaglio, è stato il primo a credere nella battaglia giornalistica per la verità sulle trattative tra Stato e mafia.

Ai giornalisti Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza, che, oltre a scrivere libri sull’argomento, hanno seguito per Il Fatto Quotidiano il dibattimento e le novità che sopraggiungevano.

Alle Agende Rosse, ognuna delle quali ha contribuito a svuotare il mare con il proprio cucchiaino; ad Angelina Caprio, ad Adriana Castelli e a Susy Crispino, che oggi, se il dannato destino non ce le avesse portate via, sarebbero state a gioire qui con noi. E a quelli che, con i loro ragionamenti scomodi all’interno del nostro Movimento, hanno aiutato ad evitare le tifoserie acritiche.

E… posso dirlo? Posso dire, senza essere accusata di lesa maestà, che il mio pensiero va anche a Massimo Ciancimino? All’uomo che, pur con i suoi errori, ha reso possibile l’apertura di questo processo? Beh, l’ho appena fatto pubblicamente.

Con questa sentenza appena emessa, con quella del Borsellino Quater di un anno fa (proprio un anno preciso, era il 20 aprile 2017, per chi vuole credere ai segni), con il processo denominato “Ndrangheta stragista“, con le nuove rivelazioni che i pentiti stanno facendo in quella sede (è sempre di ieri la dichiarazione del collaboratore di giustizia Vittorio Foschini, secondo il quale l’operatore carcerario Umberto Mormile – la prima vittima della “Falange Armata” – fu assassinato proprio per aver rifiutato di essere corrotto dal boss Papalia che necessitava di continuare a dialogare segretamente con i Servizi) e, si spera, con il prossimo processo a chi è accusato di essere tra i depistatori di Stato delle indagini sulla strage di Via D’Amelio, si è aperta una breccia nel muro di gomma istituzionale che ha sempre protetto i più oscuri segreti di questa Repubblica. Se quel muro crollerà, sarà solo il tempo a dircelo.

Vero è che, se si pensa a dove eravamo dieci anni fa, quando Salvatore iniziò a parlare di strage di Stato, pochi avrebbero creduto di poter vedere sul serio quella breccia.