Nato nel segno del padre, come esplicitato nel retrocopertina e in Canzone per S. che apre il disco, il nuovo disco di Tommaso Di Giulio Lingue parla del bisogno di imparare a comunicare in modi diversi con una lingua nuova per relazionarsi con una persona importante nella sua vita colpita da una malattia a cui viene sottratta la memoria e la percezione della realtà. Il titolo nasce dall’espressione inglese “speaking in tongues” che sta a indicare la glossolalia, una parola già usata dai Talking Heads (di cui Tommaso è un gran fan) che significa “parlare in altre lingue”. Non è un album tristeironico, ma ricerca la luce sin dalla seconda traccia (A chi la sa più lunga e Le notti difficili su tutte) e ha un’attitudine rock per come è stato pensato, suonato e registrato. “Dov’è il dolore, là il suolo è sacro”, diceva Oscar Wilde, e Tommaso lo conferma: inizialmente infatti doveva essere un lavoro differente, molto più leggero ed eterogeneo, poi eventi spiacevoli che gli sono capitati lo hanno portato a riscrivere tutto daccapo. E meglio. Se è vero che le più belle opere sono ostinatamente dolorose, Lingue rappresenta senz’altro il punto più alto della carriera di Tommaso Di Giulio.

Tommaso, con il Fatto ti seguiamo fin dagli inizi, sono molto contento che la tua attività prosegua.
Temo che proseguirà comunque, al di là dell’esito dei live, delle vendite del disco, della trap…

La trap?
Beh, adesso è il genere che va per la maggiore, soprattutto per quel target di persone che è il più importante del mondo: i bambini.

Già, perché anche i bambini nel loro piccolo cliccano. E fanno fare numeri da capogiro.
Infatti! Stavo dando lezioni di musica a un bambino di 9 anni quando a un certo punto mi chiede se posso insegnargli un pezzo di Sferaebbasta. Io ho sentito una sola volta questo artista, per capire come mai fosse in cima alle classifiche: alla fine volevo estirparmi il ricordo dalla testa come in Matrix. Quando mi ha detto che tutta la classe è fan di Sferaebbasta, non volevo crederci.

E invece negli ultimi anni c’è stata l’esplosione di Rovazzi o di band come la Dark Polo Gang, che mietono successi tra i giovanissimi, ma con frasi insulse, “bacini”, “swag” e “smack”, comunicano il niente.
Quando ho visto che c’era in atto un cambio radicale dal punto di vista culturale negli ultimi anni, non solo da musicista ma anche da ascoltatore, mi sono rifugiato altrove. Ho approfondito in maniera maniacale gli anni 60, le band inglesi e gli artisti brasiliani e ho scoperto cose che mi hanno davvero entusiasmato.

Effettivamente Lingue ha il sapore dei Sessanta con atmosfere nostalgiche a partire dal cicaleccio in apertura disco.
Si tratta di un featuring gratuito delle cicale della pineta di Feniglia, in Toscana, un luogo del cuore e a cui sono molto legato. Le dieci canzoni che compongono il disco invece hanno un suono omogeneo e sono state scritte di getto. Dopo aver composto il primo brano, Canzone per S. dove S sta per Sergio che è mio padre, mi si è aperto un varco emotivo e da lì le canzoni sono uscite quasi come nell’ordine del disco. L’ho registrato in presa diretta –  mi presentavo in studio senza spartiti –, improvvisando assieme ai musicisti, come si usava fare in quegli anni mitici.

È un album nato nel segno di tuo padre: che rapporto hai avuto con lui?
Un rapporto particolare, bello ma conflittuale perché tanto siamo simili nell’aspetto quanto siamo diversi sotto tanti punti di vista. Ma mi ha sempre voluto un gran bene, ed è stato sempre vicino e presente in tanti aspetti fondamentali della mia vita, non ultimo quello della musica. Era sempre in prima fila a tutti i concerti ed è sempre stato un fan di grande supporto. Gli ultimi anni li ho vissuti al suo fianco. Nel momento in cui le nubi hanno iniziato a diradarsi ho ripreso a fare altro…

Come partecipare a quel bel progetto che è Il Palcoscenico della Legalità.
Sto seguendo questo progetto con grande entusiasmo, ho composto la colonna sonora per Dieci Storie Proprio Così, che eseguo dal vivo assieme ad altri musicisti, ed è uno spettacolo con cinque attori dove si parla di storie di ribellione, di rivalsa e di lotta alle mafie. L’abbiamo portato in scena in tutta Italia e una delle cose più belle è che alla fine dello spettacolo si creava una vera e propria agorà con il pubblico, con i testimoni e le persone che combattono in prima linea che salivano sul palco per raccontare le loro esperienze. Siamo andati nelle scuole e nelle zone più disagiate per parlare di mafia laddove questa parola non può neanche essere pronunciata. La canzone A chi la sa più lunga nasce proprio da questa esperienza, tra cantanti (il sottoscritto) e gli eroi (chi combatte in prima linea).