Per il principale partito italiano, ora che è grande nelle dimensioni e nell’età e non sempre nella maturità, è arrivato il momento di curare questo male che si porta dietro nonostante il passare degli anni, cioè il disagio per la libertà. Lasciare fuori da una manifestazione politica anche uno solo dei giornalisti che si sono affacciati all’uscio, chiunque sia, e per giunta con delle scuse al limite dell’infantile, non è più una materia da battibecco tra comari, come spesso si sviluppa il confronto tra le forze politiche e tra i loro elettori. E’ una questione che va oltre l’indagine minuziosa tipo Cluedo – quasi un’operazione di microchirurgia – su cos’è successo: l’accredito non richiesto, non concesso, la sala da 500 posti, lo sconforto di Carelli.

E’ un fatto invece che misura la pressione sanguigna al Movimento Cinque Stelle, che ormai si è fatto partito di massa, oltre che (di gran lunga) di maggioranza relativa con quasi undici milioni di voti. Sul lavoro di Jacopo Iacoboni sui Cinquestelle ciascuno ha il suo parere. Quello di chi scrive, per esempio – che è personale e vale quello che vale, cioè poco – è che fare i giornalisti “in missione”, in servizio permanente per dimostrare le tesi anziché raccontare i fatti, avvicinano (e coltivano) lettori tifosi e un po’ immaturi e allontanano (e impoveriscono) tutti gli altri. Soprattutto, in un mestiere in cui è facilissimo per sbagliare anche senza colpa, sono la prima causa di incidenti come l’enorme abbaglio sulla fantomatica struttura social del M5s che – tolta la maschera, tadàn – era in realtà la moglie di Renato Brunetta. E’ il motivo per cui da lettori si soffre di una carenza di fiducia nei confronti de la Stampa (che per tutto il resto è un punto di riferimento) quando pubblica una notizia sui Cinquestelle.

Ma – per paradosso o forse no – per lo stesso atteggiamento anche il M5s mette in gioco la sua credibilità, la fiducia che raccoglie e per ora trasforma in voti. In questo caso, per esempio, una piccineria rischia di soverchiare il bello e il brutto di ciò che è stato detto dal palco. Come si tiene insieme l’esclusione di un giornalista con la standing ovation per Nino Di Matteo, di cui ha raccontato su questo giornale Martina Castigliani? Il fatto su cui si dovrebbe discutere – è banale dirlo da qui – sarebbe perché Di Matteo trova spazio per dire quello che dice proprio ad Ivrea e non in un’altra manifestazione di partito né sul principale canale della televisione pubblica come accadrebbe ovunque in Occidente.

E invece, a causa di questa vicenda anche un po’ grossolana, la domanda diventa quanto vale quell’applauso in piedi a un magistrato che combatte la mafia con le conseguenze sulla vita personale di cui tutti. Quanto vale se ad applaudire sono i vertici di un movimento che esclude i giornalisti che non gli piacciono? Quell’applauso è solo voglia di riscatto di un pezzo di società o è solo l’esplosione di euforia di una curva? Quell’applauso, per chi guarda e vota, è davvero benefico o è solo illusorio, una forma di training autogeno? E’ sincero o, ancora una volta, è la narrazione “giusta” perché selezionata dalla parte “giusta”, noi che abbiamo ragione, sempre, e loro che hanno sempre torto, sempre? Perché poi il cortocircuito da commedia degli equivoci è che Luigi Di Maio, capo politico del movimento, si spertichi nella difesa della tutela di Paolo Del Debbio a cui hanno chiuso il programma perché avvantaggiava la Lega.

Ecco, il rischio è che questo tic atavico – il fastidio per la libertà di chi ha il diritto di andare oltre l’applauso teatrale in pè per il pm antimafia – offuschi, banalizzi, getti una luce obliqua su ciò che c’è di buono. Usciti dal caso di Iacoboni, bisognerà ricordare che altri “casi” si sono moltiplicati negli anni. Non c’entra la critica ai giornalisti: se uno scrive una roba che non piace c’è lì l’articolo 21 che tutela la parte e la controparte; e se invece uno scrive una roba non vera, offensiva, c’è il codice penale. Invece l’atteggiamento dei vertici dei Cinquestelle – che nelle intenzioni sarebbero portatori della politica nuova –e la loro educazione sentimentale con cui hanno nutrito i loro sostenitori hanno rinnovato solo la lunga tradizione della Seconda Repubblica, in un settore monopolizzato dagli editti di Berlusconi, al quale da un altro lato si è aggiunto più di recente Matteo Renzi: è recente il ricordo della sfilza di prime pagine – tutte del Fatto, del Giornale e di Libero – esposte al pubblico ludibrio alla Leopolda.

In un processo di perpetua autoalimentazione, dalla rubrica sul giornalista del giorno si è passati all’arietta frizzantina nella quale si circondano con insulti e anche qualche spintone i cronisti a cui capita di fare una ricostruzione non rispettosa della teologia ufficiale (Imola 2017) o perfino qualche domanda (Palermo 2016). Senza contare le ripetute uscite di Beppe Grillo, non ultima la citazione di Cioran adeguata al contesto: “Vi mangerei per il solo gusto di vomitarvi”. Tutto questo saltando a piedi uniti le espulsioni del passato dei cosiddetti dissidenti (basti Pizzarotti per tutti), la sofferenza per l’assenza del vincolo di mandato, il dibattito interno al Movimento sotterraneo e a volte sopito (l’elezione di Di Maio a candidato premier avvenne contro 7 passanti).

Finché il M5s era all’opposizione tutto questo si poteva capire. Da una parte c’era il timore che notizie distorte o ingigantite (come quelle sulla sindaca Raggi) potessero danneggiare un partito di minoranza che si prefiggeva di combattere il sistema. Nonostante la paura per il “sistema mediatico corrotto” (il 77esimo posto per la libertà di stampa, quella nenia lì) l’opposizione è diventata maggioranza, anche senza neanche troppa fatica. D’altro lato, ora che il M5s è maggioranza non può permettersi di avere paura delle proprie idee, peraltro ultimamente un po’ cangianti. Quando si diventa grandi si è chiamati alla responsabilità che non è solo vestirsi in giacca e cravatta, ma è anche saper stare nel confronto democratico, dentro un rapporto si potrebbe dire (in questo caso con l’elettorato), rispettare le regole della fiducia reciproca. Pena, alla lunga, l’incrinatura di quella connessione.

Una superficiale ricerca su google ricorda che le più recenti dichiarazioni di “non gradimento” per i giornalisti estromessi o esclusi sono arrivate o per motivi ridicoli come per qualche allenatore di calcio o per motivi molto seri decisi da qualche regime, come Cuba. Quindi, per farla rozza, il Movimento Cinque Stelle a un certo punto avrà bisogno di decidere di essere ridicolo, tragico o capire come non essere nessuna delle due cose.