La guerra dentro il Partito democratico non è solo in assemblea, ma pure in rete. In questi giorni di tensioni sull’ipotesi di trattativa o meno con i 5 stelle in vista del governo, uno dei terreni di scontro si conferma essere quello dei social network. E’ stato il caso ad esempio del tweet del 7 aprile di Dario Franceschini, ministro uscente alla Cultura, che di fronte alle parole di apertura di Luigi Di Maio ha scritto: “Serve riflettere e tenere unito il Pd”. Tanto è bastato per essere sommerso di insulti con modalità che, ad alcuni osservatori, hanno fatto venire l’idea che fossero organizzati. A metterlo in evidenza per prima è stata la Repubblica, con un commento della giornalista Lavinia Rivara pubblicato a pagina 2. “Moltissime proteste, più del solito. Nasce inevitabile un sospetto: che i 5 stelle abbiano fatto scuola?”, si legge. Un’osservazione che poche ore dopo viene seguita da un post dell’esponente della minoranza del Pd Andrea Orlando. “Gli attacchi anche personali”, ha scritto su Facebook, “e la delegittimazione degli esponenti delle minoranze interne del Pd sui social da parte degli stessi militanti dem, è il segno di una involuzione preoccupante del nostro modo di discutere”. Il sospetto non è nuovo, ma segue un’altra vicenda molto simile avvenuta in rete pochi giorni dopo le elezioni: secondo la ricostruzione del giornale “The Vision”, a twittare con l’hashtag #senzadime furono “solo 8 account”, segno che l’ondata di protesta in rete contro l’accordo con i 5 stelle era stata manipolata.

La riflessione questa volta arriva proprio dal quotidiano vicino al Partito democratico: “Per mesi e anni”, scrive Rivara su Repubblica, “i democratici hanno accusato il Movimento 5 stelle e la Casaleggio associati di utilizzare i social per gettare cyberfango sul nemico politico, il Pd. Ipotizzando che dietro gli attacchi ci fosse un’unica abile regia che tirasse i fili di numerosi troll”. Attacco che firmò lo stesso Matteo Renzi che “dedicò al tema un passaggio del suo libro ‘Avanti’ citando una presunta frase di Gianroberto Casaleggio, ‘ciò che è virale diventa vero’, provocando la reazione polemica del figlio Davide. Ora secondo alcune analisi anche dietro l’hashtag #senzadime, il trending topic di chi è contro l’accordo M5s-Pd, non ci sarebbe la protesta di tanti elettori, ma un ristretto gruppo di account iperattivi”. Quindi il caso di Franceschini, dopo che ha pubblicato il tweet di apertura ai grillini: “Certo è che il tweet di Dario Franceschini, ministro uscente di rito non renziano, che non chiude al dialogo con Di Maio, viene subissato di proteste, a volte aggressive, e soprattutto sono tantissime, molte più del solito. Una mole evidenziata da alcuni fedelissimi renziani al grido di ‘ecco cosa pensa la base’. Nasce inevitabile un sospetto: che i 5 stelle abbiano fatto scuola?“.

Orlando, anche lui molto attivo in rete negli ultimi giorni proprio per esporre le sue posizioni critiche contro la linea renziana, ha scelto di fare una riflessione più ampia su Facebook sull’argomento. “Torno”, ha scritto, “su un argomento che ho già affrontato qualche settimana fa: come si discute sui social tra aderenti al Pd. Da tempo ormai quando mi capita di pubblicare una posizione di critica all’azione del Pd, accanto agli apprezzamenti, si succedono una serie commenti non proprio entusiastici. Questo è assolutamente normale. Anzi queste indicazioni possono essere anche il segno, per quanto mutevole, di un orientamento, di un’opinione diffusa, di cui un dirigente politico deve tener conto”. Il problema, continua, è “il tenore di alcuni di questi commenti”: “La prima cosa che colpisce è che raramente riguardano l’argomento oggetto del post. Sempre più spesso tali commenti tendono a delegittimare chi scrive. Si va dalle critiche alle capacità personali, alle accuse di incoerenza e persino agli attacchi sulla fisiognomica. Quasi sempre il tutto è accompagnato da inviti ad uscire dal Pd. Per carità, sono tutti argomenti ed esortazioni quando non basati su fatti falsi, come a volte accade, che stanno nell’ordine delle cose, che possono essere persino utili, ma che a mio avviso sono il segno di una involuzione preoccupante del nostro modo di discutere”.  Un approccio che secondo Orlando ha contribuito alla sconfitta del Pd alle scorse elezioni e che sta continuando a perpetuarsi anche in questi giorni di post voto: “Il fenomeno ha avuto un effetto paradossale nella discussione della formazione del governo dopo il 5 marzo. Chiunque si azzardasse ad esprimere dubbi o semplicemente tentasse di declinare i contenuti dell’opposizione, posizionamento che insieme abbiamo deciso, è stato assalito da commenti denigratori, da illazioni o da argomentazioni complottistiche, condite da accuse ricorrenti di intelligenza con il nemico”. Quindi ha concluso: “Se il modo di discutere tra noi diventa simile a quello che loro utilizzano con noi, siamo certi che la distanza che richiamiamo come causa dell’impossibilità di un accordo politico risulti cosi nitida di fronte all’opinione pubblica?”.