Bambine vanitose e servizievoli, bambini dispettosi e coraggiosi. Papà in poltrona a guardare la tv aspettando che la cena sia in tavola. Mamme casalinghe, intente a curare le piante e stirare. Quando lavorano fuori casa sono per lo più maestre. Ma abbondano anche le streghe, seguite da fate, regine e cameriere. Poi c’è il marito-Sole che insulta la moglie-Luna rea di non aver preparato la cena e le “scaglia in faccia” il tagliere con la polenta da lui preparata (chiosa: la Luna “dolorante e vergognosa corse a nascondersi“). Scene dai libri di lettura per le scuole elementari dei giorni nostri. Nonostante il Codice di autoregolamentazione con cui nel 1999 gli editori si erano impegnati a evitare sessismo e stereotipi e fornire “rappresentazioni equilibrate delle differenze”.

La realtà, dimostra Irene Biemmi nel suo Educazione sessista (Rosenberg & Sellier), è che molto poco è cambiato da quando (1973) Elena Gianini Belotti in Dalla parte delle bambine scriveva che “gli autori di libri per bambini si limitano a offrire loro gli stessi modelli proposti dalla famiglia e dall’ambiente sociale”. Biemmi, docente di Pedagogia sociale all’università di Firenze, ha passato al setaccio i libri – editi tra 1998 e 2002 – di dieci tra le maggiori case editrici attive nel settore scolastico in Italia: De Agostini, Giunti, La Scuola, Nicola Milano, Fabbri, Raffaello, Piemme, Elmedi, Capitello, Piccoli. Il primo dato che salta all’occhio è la netta prevalenza di protagonisti maschili, il 59,1% nel complesso (e addirittura il 74% nel testo della Raffaello Scuola) contro un 37% di storie con protagoniste femminili. Se si prendono in considerazione solo i racconti di avventura, il protagonista è maschio nel 72% dei casi.

Ma la variabile più interessante, sottolinea l’autrice, è il ruolo professionale attribuito ai protagonisti. Le professioni attribuite ai protagonisti maschi sono 50 contro le 15 svolte dalle donne. Tra le prime ci sono re (5 casi), cavaliere (4), maestro, mago, scudiero, scrittore, dottore e poeta, mentre le donne fanno in ben 8 casi la maestra. Le altre sono streghe o maghe. Anche passando ai personaggi secondari l’asimmetria rimane: i mestieri maschili sono ben 80 – di nuovo cavaliere e re, ma anche capitano, soldato, pirata, mercante, monaco, cacciatore, bidello, marinaio, pittore, pompiere, sindaco, giornalista, ingegnere, geologo, comandante, fino a domatore di leoni e papa. Le donne? Per loro le professioni sono 23 e la maestra vince ancora con notevole distacco, seguita dalla strega. Ci sono poi alcune cameriere, dottoresse, pittrici, sarte, segretarie, dirigenti, ballerine, annunciatrici dei tg, giardiniere, governanti, estetiste. Così “i bambini lettori vengono incentivati a “puntare in alto” offrendo loro un’ampia possibilità di scelta e modelli particolarmente gratificanti; per le bambine vale l’esatto contrario”. Perché “se la maggior parte delle professioni (e in particolare quelle più prestigiose e appetibili) sono attribuite al genere maschile sarà altamente improbabile che una bambina possa aspirare a farle proprie“. “Il lavoro casalingo è gravoso ma mai remunerato, e quindi viene inteso spesso dai bambini come un dovere biologico della donna-madre-moglie”, nota Dacia Maraini nella prefazione.

A questo va aggiunto il fatto che gli uomini sono definiti più spesso delle donne in base alla professione svolta mentre le donne sono definite più spesso in base al ruolo parentale: se i papà rappresentano solo il 12,3% dei personaggi maschili (a cui comunque viene attribuito anche un lavoro), il 24,4% dei personaggi femminili sono “mamme”. E “questo fare la mamma deve essere inteso nell’accezione più tradizionale: fare da mangiare, pulire la casa, preparare ai figli la merenda da portare a scuola”. Quanto ai bambini protagonisti dei testi, i maschi giocano con carri armati, razzi e robot e amano le automobili, la musica, la fisica e la matematica, mentre le femmine preferiscono le bambole, ammirano la natura, catalogano francobolli e cartoline e – come passatempo, si intende – cucinano, puliscono, organizzano feste. C’è però anche qualche segnale di cambiamento: bimbe che “costruiscono un barometro” e fanno esperimenti scientifici o dichiarano interesse per la matematica.

L’analisi del contenuto dei singoli brani mette in luce che accanto ai numerosissimi stereotipi di genere ci sono anche diversi antistereotipi: modelli paritari e anticonvenzionali, pur senza niente di straordinario. Semplicemente una donna descritta come “intelligente e libera“, “spiritosa e sicura di sé”,  una bambina avventurosa e fantasiosa. Più rari gli antistereotipi riferiti al genere maschile, tra cui un “uomo pauroso” e un “bambino timido, silenzioso, delicato e tranquillo”. Spesso però, nota Biemmi, le donne non convenzionali sono oggetto di critica. Non per i loro tratti psicologici ma per quello che fanno o non fanno: va bene essere intraprendenti e spiritose, ma la madre che lavora, non cucina e offre al figlio solo merendine confezionate, per esempio, viene biasimata.

Tutto considerato, conclude la studiosa, anche agli uomini di domani i libri scolastici tendono a imporre una strada a senso unico. E con ancora meno vie di uscita rispetto a quelle lasciate aperte per le ragazze: “Il modello femminile sta cambiando, forse avvicinandosi in parte a quello maschile”, nota Biemmi, “ma non avviene il processo inverso: i maschi sono ancora raffigurati nelle loro vesti più tradizionali”. Gli stessi testi che “relegano e condannano la donna ai lavori domestici, relegano e condannano tutti i maschi a pesanti impegni e responsabilità di lavoro che non tutti sono disposti o capaci di accettare e fare propri”.