Il consumatore può “utilizzare sacchetti in plastica autonomamente reperiti” per comprare frutta e verdura nei supermercati, anziché acquistare quello commercializzato nel punto vendita, purché “idonei a preservare l’integrità della merce e rispondenti alla caratteristiche di legge“.

E l’esercizio commerciale non può “vietare tale facoltà”. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con un parere sulla questione dei sacchetti bio nei supermarket, che aveva generato un acceso dibattito all’inizio dell’anno in concomitanza con l’introduzione della nuova normativa che obbligava i clienti a utilizzare le buste in vendita nei locali commerciali.

Secondo i giudici, è necessario contemperare le esigenze del consumatore con quelle di tutela della sicurezza ed igiene degli alimenti. E alla luce di questo, “laddove il consumatore non intenda acquistare il sacchetto ultraleggero commercializzato dall’esercizio commerciale per l’acquisto di frutta e verdura sfusa”, è corretto che “possa utilizzare sacchetti in plastica autonomamente reperiti solo se comunque idonei a preservare l’integrità della merce e rispondenti alla caratteristiche di legge”.

In questo caso, spiega il parere del Consiglio di Stato richiamando le considerazioni già svolte, “non sembra possibile per l’esercizio commerciale vietare tale facoltà“. L’Italia era dovuta intervenire in seguito a una direttiva del 2015 dell’Unione europea, messa a punto nel rispetto del principio ‘chi inquina paga’ e tutti i Paesi Ue, ad eccezione di Spagna e Romania, avevano già notificato le misure con cui recepiscono la direttiva.

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