di Cristina Zibellini

C’è da sperare che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia maggiore attenzione alla Storia di quanta non ne dimostri la maggior parte dei frequentatori dei salotti televisivi. Le elezioni del 4 marzo non possono essere ridotte a numeri e percentuali, che pure sono già sufficientemente indicativi. Viene sottolineata, con stupore ipocrita, l’ingovernabilità uscita dalle urne come se questa dipendesse dalla mancanza di cultura politica del Movimento 5 Stelle invece che da una legge elettorale pensata proprio allo scopo di mantenere in piedi la gestione del voto degli elettori attraverso accordi di apparato.

Il voto dei cittadini è stata una richiesta di governo. E’ allo stesso tempo semplice e profonda: sta a significare che la forma politica della rappresentanza ha un senso se esercita la sua funzione per affrontare e migliorare le situazioni reali, che sono complesse e richiedono approfondite analisi e scelte oneste.

Prendiamo a esempio la realtà di Rosarno, illustrata dal servizio di PiazzaPulita di due settimane fa. Racconti di immigrati presi a bottigliate in testa mentre vanno a lavorare, in bicicletta, nei campi, per pochi euro; piccoli proprietari che bocciano l’ultima legge sul caporalato che riscrive il reato di sfruttamento; ragazzi con i visi oscurati, che narrano di neri che fanno i bisogni in piazza “da scannare” perché “pensa se c’era mia sorella”.

Rosarno è stato il primo comune italiano a costituirsi parte civile contro le mafie, dopo che uomini politici locali, Giuseppe Valarioti, ucciso dopo una campagna elettorale vittoriosa all’insegna di principi di legalità e moralizzazione e Giuseppe Lavorato, sindaco dal 1994 al 2003, entrambi comunisti, ottennero il consenso dei cittadini attuando una politica attenta alla realtà locale, alla vita e alla dignità di chi a Rosarno era nato e a chi vi era immigrato.

Alla criminalità organizzata e agli affaristi non piace chi le contraddizioni sociali cerca di governarle con l’esercizio della politica. Ma ai commentatori non interessa vedere come si arrivi alle parole di quei ragazzi, che quasi certamente se ne sono altamente infischiati delle cabine elettorali e non sono gli elettori “accarezzati” dai populisti: sono la rappresentazione dell’animale-uomo, disumanizzato dall’assenza di governo.

Se la politica si occupa della pàtina delle cose, di banche e grandi aziende che hanno immolato il corpo di Giulio Regeni sull’altare degli affari con il dittatore Al Sisi, invece di studiare soluzioni per i territori e i settori che riguardano la vita di giovani, operai, donne, imprenditori onesti – che non diventeranno famosi a meno di morire ammazzati o diventare criminali – non avrà diritto di piangere sulle sorti segnate del sistema democratico.

Quando elezioni ravvicinate porteranno a prevalere le posizioni radicalizzate sulla saggezza di milioni di cittadini che, alle ultime elezioni, hanno bocciato la politica degli accordi di Palazzo, quella stessa politica non potrà indicarne nei populisti la causa. Il primo compito del politico sensibile è leggere oltre i numeri, che non possono certo azzerare, in democrazia, gli interessi di parti del paese indifferenti al bene comune e disposte a ogni artificio per mantenere il proprio status. Interessi che, vivendo al chiuso di un mondo ovattato, molti giornalisti e opinionisti finiscono con l’avallare e, forse diabolicamente, condividere.

Il fatto è che non c’è nella traduzione politica della complessità sociale, una strada che mantenga in piedi la strenua difesa di interessi classisti e contemporaneamente risponda alla voce  consapevole di milioni di cittadini che hanno ragionevolmente espresso il loro voler vivere una vita possibile. Zittire o, ugualmente, svilire la scelta degli elettori conduce a allontanare gli stessi dalla fiducia nel metodo democratico, aprendo spazi enormi alle semplificazioni che generano le mostruosità politiche già sperimentate nella storia del secolo scorso.

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