In media hanno una ricchezza individuale più bassa del 25% rispetto agli uomini. Ma il divario a svantaggio delle donne si allarga al 35% se si prendono in considerazione solo le attività finanziarie. E arriva al 50% se si guarda alla suddivisione della ricchezza netta all’interno delle coppie: in questo caso il gap è ancora più ampio in quelle più abbienti. Sono i risultati dell’Occasional paper Gender wealth gap in Italy di Giovanni D’Alessio, ricercatore della Banca d’Italia, che ha aggiornato gli studi sulle differenze di genere nella proprietà di beni, attività finanziarie e immobili partendo dall’ultima indagine di via Nazionale sulla ricchezza delle famiglie italiane. Dallo studio emerge uno squilibrio che non è solo frutto delle forti disuguaglianze di reddito tra i due sessi.

Se si guarda solo alla distribuzione degli immobili, nota D’Alessio, la disuguaglianza è “solo” del 15% ed è sempre stata meno pronunciata nella fascia di età inferiore ai 50 anni, anche se da questo punto di vista c’è stata un’inversione di tendenza nel 2016. Ma lo sbilanciamento è molto maggiore nelle coppie che vivono insieme: per questo sottoinsieme di italiani “la ricchezza degli uomini tra il 2012 e il 2016 è stata del 40% maggiore rispetto a quella delle donne”. La quota di famiglie in cui la ricchezza immobiliare è equamente distribuita è calata dal 63,1% tra 1986 e 1989 al 61,4% tra 1991 e 1998 al 56,5% tra 2008 e 2016.

Passando alla ricchezza netta, nel 43,1% delle coppie l’uomo è più ricco della compagna. Ma ci sono fortissime differenze nei diversi quintili di popolazione: nel primo quintile – il più povero – il 73,7% delle coppie vede lei e lui sullo stesso livello quanto a ricchezza, contro un 18% in cui il marito è più ricco. La situazione tende gradualmente a invertirsi con il crescere della ricchezza famigliare, e tra i più benestanti nel 56,8% dei casi l’uomo è più ricco, nel 25,6% dei casi la donna lo supera e solo nel 17,7% dei casi i coniugi sono “pari”.

Nella ricerca si sottolinea come le cause dei divari “debbano essere ancora ulteriormente esplorate”, ma diversi fattori inducono a pensare che siano dovute “in larga parte alle differenze tra i generi in termini di età, titolo di studio, occupazione e reddito”: non solo il tasso di occupazione femminile in Italia è molto basso, intorno al 49%, ma “la percentuale di uomini che lavorano come dipendenti è più alta di 9 punti percentuali” e “le donne svolgono più spesso occupazioni part time, lavorano meno ore e guadagnano meno”. Le eredità che i soggetti hanno ricevuto durante la loro vita “mostrano anche segni di una prevalenza di trasferimenti a favore degli uomini rispetto alle donne”. In termine di misure di “policy”, riflette l’autore, “questo implica che la riduzione dei divari in termini di impiego, reddito ed educazione” fra uomini e donne “dovrebbe portare anche a un calo della differenza della ricchezza e forse a una sua eliminazione”.