Signor Salvini, tocca a lei decidere ora: cosa è più importante a questo punto, tenere in piedi un accordo che, di fatto, non ha raggiunto la maggioranza sufficiente dei suffragi per essere proseguito oppure assecondare rispettosamente l’impegno di servire il popolo cercando una via capace di dare alla nazione un governo e delle riforme veramente in linea con ciò che richiede una società libera ma proiettata verso un futuro capace di mettere l’umanità, non i soldi o il potere, al primo posto degli interessi di chi governa? E’ chiaro che questo dovrebbe essere l’interrogativo in testa ai due leader che attualmente si apprestano a percorrere il tortuoso sentiero che conduce a Palazzo Chigi.

Nulla proibisce però ai due di essere diversi ma uguali nella guida della nazione. Anzi, il binomio potrebbe essere persino un “triumvirato” (come quello che succedette alla morte di Giulio Cesare). Certo, i tempi, i modi e i mezzi sono oggi molto diversi, ma la scelta che i leader devono fare è la stessa: una scelta di programma! Ora non è più il tempo di pensare ad un “condottiero efficace”, ma ad uno “statista illuminato” e fedele ai dettami di una seria ed evoluta democrazia. L’importante non è perseguire un modello politico per governare senza problemi (non esiste oggi e non esisterà mai!). Bisogna semplicemente rimboccarsi le maniche, individuare i problemi più urgenti e sbrigarsi a risolverli mettendo da parte le beghe partitocratiche.

La prima cosa da fare ora è abbandonare quella ridicola distinzione tra “destre”, “sinistre” e “centro”, totalmente incapaci ormai di rappresentare qualunque pensiero politico e/o ideologico. Al di là della collocazione fisica nell’emiciclo del Parlamento non c’è nulla in questa terminologia che giustifichi gli indirizzi politici dei partiti che, tramite i rappresentanti eletti, occupano i seggi. Innanzitutto perché Berlusconi ha completamente abbandonato ogni aggancio ad ideologie: a lui interessava solo la poltronissima di Palazzo Chigi e qualunque alleato che portasse i numeri necessari a conquistarla andava bene. Così ha fatto anche stavolta, mancando però il bersaglio a causa del buon numero di elettori che hanno finalmente capito che col “canto delle sirene” non si va lontano.

Matteo Salvini perciò non deve sentirsi più legato a quell’accordo di “coalizione” per il semplice fatto che non ha retto l’esame delle urne. Bocciato dal popolo, non ha più ragione di esistere. Tanto più che era solo l’ennesimo garbuglio elettorale cucinato da Berlusconi al solo scopo di tornare a galla per meglio governare (i suoi interessi). Nessuno può impedire a Salvini e Di Maio di mettersi d’accordo sul programma da portare a compimento e dividersi le responsabilità sostanziali di governo in modo paritetico (uno con la qualifica di presidente, l’altro con quella di vice, ma con ruolo e compiti paritari).

Il nostro sistema istituzionale sotto questo profilo è perfetto dato che il nostro presidente del Consiglio non è esattamente un “premier”, cui spetta l‘ultima parola sulle decisioni, ma semplicemente un coordinatore dei ministri (nominati dal Capo dello Stato ma formalmente indipendenti nel loro operato). I ministri possono essere giudicati ed estromessi solo dal Parlamento (col voto di sfiducia). Il nostro “premier” non ha quindi nessun potere coercitivo sui ministri, può solo tentare di convincerli. Sul piano formale è bene anche sottolineare che i ministri giurano fedeltà al popolo italiano, non al premier o al partito. L’importanza del programma diventa in questo modo assoluta, dato che ogni ministro deve tener fede ad esso, non ai cambi d’umore del premier o del capo-partito. Se quindi è il programma a comandare l’operato dei ministri anche l’importanza della coalizione disegnata prima delle elezioni diventa ininfluente dato che è stata superata dal voto popolare.

La prevalenza “proporzionale” della legge elettorale (il “Rosatellum“) con cui il popolo ha votato privilegia gli accordi post-voto su programmi che possono, e in qualche caso devono, essere anche molto diversi da quelli visti prima del voto. Poiché è chiaro a tutti che il miraggio delle promesse elettorali dei vari schieramenti non è ovviamente fattibile in toto avendo un costo insostenibile, i candidati premier devono mettersi d’accordo su cosa è più importante e necessario fare subito per il bene del popolo italiano (mantenendone la sostenibilità economica) e del paese e andare a presentare il neonato programma al presidente della Repubblica per convincerlo a dare il suo benestare.