L’unica maggioranza impossibile è quella del Pd “della Boschi e di Renzi al governo“. “Chi fa il premier è l’ultimo dei problemi”. “L’inizio coi Cinquestelle” è stato “positivo“. Luigi Di Maio “si è dimostrato affidabile“. Con il M5s bisogna cercare “un punto di incontro”. E, dopo tutto, il reddito di cittadinanza “se fosse uno strumento per reintrodurre nel mondo del lavoro chi oggi ne è uscito, allora direi di sì”. Se non si fosse capito, il segretario della Lega Matteo Salvini un’idea su chi dovrebbe stringere un’alleanza per un governo ce l’ha. Il leader del Carroccio vuole ripetere lo schema già utilizzato tra venerdì e sabato, quando in dodici ore ha rimesso in piedi l’intesa con il M5s che Berlusconi aveva fatto tracollare e si è poi portato dietro tutta la coalizione in un nuovo accordo che ha portato all’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati come presidente del Senato.

Premette: “Altro paio di maniche è il governo, quando c’è di mezzo la riforma delle pensioni, quella del lavoro e una questione come l’immigrazione – ha concluso – lì bisogna avere le idee chiare”. Ma intanto tra interviste, dichiarazioni e battute con le agenzie di stampa Salvini manda una cascata di segnali all’indirizzo dei Cinquestelle dopo che la mattinata si era aperta con un’intervista di Berlusconi al Corriere della Sera in cui aveva definito “ircocervo” un’eventuale alleanza della sola Lega con il M5s: “E poi perché Salvini dovrebbe fare il socio di minoranza di un governo Cinque Stelle? – ragiona il capo di Forza Italia – Non credo che l’elettorato di centrodestra lo perdonerebbe“. Anche per questo il momento il segretario del Carroccio ha bisogno di rassicurare il presidente di Forza Italia: “Prima devo studiare, ircocervo è una parola molto dotta – risponde Salvini – O ci muoviamo come centrodestra o nessuno si muove da solo”.

Non lo rassicura solo per posa. Ma perché gli serve. In questo momento è fondamentale apparire – e non solo essere – colui che ha il diritto di provarci per primo, che deve avere l’incarico di tentare le prime esplorazioni alla ricerca di una maggioranza. Nel voto sui presidenti, fanno già notare i capigruppo Cinquestelle, a Fico è mancata una sessantina di voti e i franchi tiratori – pur ininfluenti – erano tutti di Forza Italia. Il partito di Berlusconi rischia la guerra totale perfino sui capigruppo (il capo vorrebbe Gelmini e Bernini, ma non sono tutti d’accordo). Ma Berlusconi vuole rimanere della partita, vuole dire la sua sulle scelte di Salvini come guida della coalizione. E’ anche per questo che alla fine l’elezione dei presidenti è andata bene. Ma proprio per le divisioni interne a Forza Italia Salvini deve spendere il doppio dell’energia per tenere insieme la coalizione, pur con le sue accelerazioni: come coalizione, gli mancano una cinquantina di voti alla Camera e una ventina al Senato, e in un rapporto con il M5s avrebbe una maggiore forza; come partito, invece, la Lega è il secondo gruppo alla Camera e il terzo al Senato e quindi dovrebbe stare – eventualmente – al traino dei Cinquestelle.

Nel frattempo le aperture verso i grillini non si contano più. A margine del consiglio comunale di Milano, dal quale non si è ancora dimesso, dice: si parte dal programma “più votato dagli italiani e dalla coalizione più votata. Poi intorno a questo siamo disponili a ragionare con tutti, come abbiamo dimostrato per le presidenze di Camera e Senato vediamo se si raggiunge una maggioranza. L’unica maggioranza che tendo a vedere come improbabile è quella che abbia il Pd della Boschi e di Renzi al governo, questo tendo a escluderlo ovviamente”. Prima era stato a RaiNews24 e aveva spiegato che non è nemmeno un problema di persone, di egoismi, che è disposto anche a cedere il passo se serve: per lui, dice, sarebbe “un onore” diventare presidente del Consiglio, ma “il problema non sono io: io mi metto a disposizione. Se mi rendessi conto che per aiutare questo Paese ci sono anche altre persone che possono dare una mano, per carità di Dio, non sono io a dire di no”, anche il M5s dovrà scegliere se “rimanere a vita all’opposizione a dire ‘no no no’ oppure assumersi delle responsabilità”. Poi va a SkyTg24 e ripete: “Si parte dal programma, chiunque ci stia al programma; chi fa il presidente del Consiglio è l’ultimo dei miei problemi. Io sono pronto, non sono come quei bambini che vanno al campetto che se non fanno gol se ne vanno col pallone. Sono disponibilissimo a ragionare con tutti”. A TeleLombardia ripete: “Non è o io o la morte. Sono pronto, ritengo ci sia una squadra. Chi ci ha votato ci ha dato fiducia per fare delle cose come l’abolizione della legge Fornero e su questo vediamo in Parlamento chi ci sta”.

Silvio Berlusconi, in questo quadro, non può che fare buon viso a cattiva sorte: al Corriere concede che Salvini ha “il diritto e il dovere di provare a formare un nuovo governo”. Respinge solo l’idea dell’alleanza Lega-M5s, ma rilancia la coalizione che deve muoversi compatta. “Il centrodestra ha dimostrato di saper ragionare da coalizione, coerentemente con il mandato degli elettori”. E “oggi, delle tre assemblee parlamentari che riguardano l’Italia — Camera, Senato e Parlamento europeo — due sono guidate da esponenti di Forza Italia che sono con me dal 1994, eletti con una larghissima convergenza. Dedico questa riflessione a chi ci dipinge come una forza politica debole o in difficoltà” e quindi “il futuro non è quello del partito unico del centrodestra: molti degli elettori che ci hanno votato sono liberali, cattolici, comunque moderati, che non voterebbero mai per la Lega, perché si riconoscono nei nostri valori che sono diversi dai loro”. Ma intanto si sente l’eco lontana di Giovanni Toti, presidente della Liguria, da anni convinto dall’idea di una “Lega Italia”, un partito di destra unico. Che ora rilancia anche sulle questioni delle maggioranze di governo. “Un’assurdità democratica non parlare con i grillini” dice. E’ vero che le due ipotesi non si escludono: FI esclude che il Carroccio si stacchi dalla coalizione, ma se i 5 stelle vogliono sedersi al tavolo con loro non ci sono particolari problemi. Almeno sulla carta. Uno scenario che però viene smentito dai fatti, per il momento: soprattutto uno, il rifiuto di Luigi Di Maio di incontrare Berlusconi.