Fabrizio Frizzi ha scelto di condurre l’Eredità fino alla fine, perché non ha mai smesso di essere grato a un lavoro che amava alla follia (e che manco gli sembrava un lavoro). Che gli aveva permesso, divertendosi, sperimentando e giocando, di raggiungere un successo insperato nei suoi sogni di ragazzo. Di rado le persone famose nel mondo dello spettacolo scelgono il profilo basso per confrontarsi col pubblico, ma Fabrizio aveva scelto un atteggiamento ancor più apprezzabile: un modo di essere da “gratitudine perenne”, un entusiasmo che contagiava concorrenti e pubblico, la gioia che si trasmette quando si è consapevoli di aver vinto alla lotteria della sorte. Una fortuna che Fabrizio ha cercato di restituire ovunque, col sorriso, la gentilezza, la bonomia autentica, mai di facciata.

Ho lavorato per lustri come autrice di programmi televisivi, e di Fabrizio Frizzi non ho mai sentito parlare male da nessuno, caso rarissimo in un ambiente dove l’invidia lievita assieme agli ascolti, alimentando pettegolezzi maligni e aneddoti gustosi sulla tirchieria o sulla cafonaggine dei cosiddetti vip. Ma Fabrizio, a cui piaceva atteggiarsi a “famoso per caso”, aveva anche altre inconsuete qualità: trascinante on the stage, nel privato era discreto come un signore d’altri tempi.

Delle donne della sua vita (Rita Dalla Chiesa e Carlotta Mantovan) ha sempre parlato pochissimo, con l’unica eccezione per Stella, l’adorata figlia di cinque anni (che l’aveva ringiovanito, o “rimbambinito” come diceva lui, ma purtroppo non immunizzato dalle tragedie della vita). Fabrizio mancherà davvero agli italiani, e in Rai (altro fatto eccezionale) si respira un’aria di reale cordoglio e costernazione.

E poiché in tanti racconteranno la sua bella e lunga carriera (che parte dalla tv dei ragazzi per arrivare ai trionfi del sabato sera), io vorrei ricordarlo per un gesto di generosità speciale, quando donò il suo midollo a Valeria, una bimba gravemente ammalata. In una società in cui si mette volentieri la faccia e le buone intenzioni in tanti eventi di solidarietà, lui mise un organo compatibile e della sofferenza fisica. La stessa sofferenza che, moltiplicata per cento, ha affrontato con il garbo che metteva nella sua professione. Avrebbe parlato, a favore della ricerca, solo se fosse guarito. Non è successo, ma è successo un altro piccolo miracolo: le lacrime dei colleghi, che vediamo oggi in diretta in tanti programmi, sono sincere.