Qui Libera è arrivata prima dei morti ammazzati sotto il sole di agosto, prima dei rinforzi piovuti da Roma e degli arresti a raffica. L’annuncio di don Luigi Ciotti è datato 24 maggio 2017. Non c’era ancora stata la strage di San Marco in Lamis che ha fatto conoscere le mafie foggiane in Italia, ma di agguati ce n’erano stati già parecchi tra il capoluogo dauno e il Gargano. Nella chiesa di San Pio X, il fondatore di Libera annunciò che il 21 marzo 2018, nella Giornata della memoria e in ricordo delle vittime innocenti di mafia, la piazza principale sarebbe stata proprio Foggia. Terra di quasi 300 omicidi irrisolti risolti in trent’anni, ma dove in tanti “si ribellano anche alla sola idea di convivere con le mafie e che soffrono nel vedere la loro terra associata al sopruso criminale”. Con i clan che nel tempo, di fronte a quello che la Commissione Antimafia ha definito nell’ultima relazione uno “Stato incerto”, sono stati in grado di condizionare i territori. Fino al punto “da esercitare – dice don Ciotti – una sorta di estorsione ambientale“.

Libera ha avvertito il pericolo della mafia foggiana ben prima della strage di San Marco in Lamis, che ha portato la situazione di Foggia sulle prime pagine dei quotidiani. Da dove è arrivato l’input?
Magistrati, forze dell’ordine e “sentinelle” sul territorio. Ma, a dirla tutta, i segni erano già palesi da tempo. Il punto è che non basta la capacità di vedere, ci vuole anche la volontà di denunciare. Sulle mafie spesso è mancata. Per decenni nelle regioni storicamente segnate dalla presenza mafiosa e poi al Nord, dove solo fino a pochi anni fa in molti si inalberavano se solo si osava porre il problema della colonizzazione economica mafiosa, in particolare della ‘ndrangheta, nelle regioni ricche e industrializzate.

Libera è stata la prima ad accendere un faro sulla situazione della Capitanata. Ma la reazione dello Stato è arrivata dopo.
Non direi che lo Stato arriva dopo dal momento che questori, magistrati e forze di polizia lo rappresentano. Può essere che il problema non venga affrontato col necessario spiegamento di mezzi, ma questo può dipendere da un’oggettiva limitatezza di risorse e non da negligenze.

Uno dei fattori – più volte citato in atti giudiziari, deposizioni, audizioni in Commissione Antimafia – che rendono le mafie foggiane forti è l’omertà del territorio. Come e dove intervenire per scardinare il silenzio?
Non generalizzerei. Ho conosciuto tanti foggiani che si ribellano anche alla sola idea di convivere con le mafie e che soffrono nel vedere la loro terra associata al sopruso criminale. Poi è vero che le mafie della Capitanata sono state in grado di condizionare i territori al punto da esercitare una sorta di “estorsione ambientale”. Come venirne a capo? Credo che le vie siano sostanzialmente due. Creare associazioni collegate alle istituzioni e alle forze di polizia di modo che il cittadino o l’imprenditore minacciato non si senta solo e il suo rifiuto a piegarsi faccia da sprone a tutti gli altri.

E poi?
Il silenzio si scardina a scuola, educando persone consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, una delle quali – la più importante a livello sociale – è tutelare lo spazio pubblico e il bene comune da tutto ciò che lo insidia e lo impoverisce: le mafie, la corruzione, un sistema economico che arricchisce pochi a scapito di tutti gli altri, togliendo ai giovani il futuro.

Gli investigatori parlano spesso di quella foggiana come di una mafia a metà tra camorra e ‘ndrangheta, sottolineando la capacità di infiltrare il tessuto economico. È quest’ultima la maggiore urgenza da risolvere sul territorio?
La mafie più potenti e avvedute sono ormai in grado di mischiare tradizione e modernità, rituali arcaici e perizia tecnologica. È un processo che parte da lontano, dagli anni Novanta, quando nell’imponente e incontrollato flusso di capitali che accompagnò il diffondersi della globalizzazione, le mafie giocarono un ruolo di primo piano, per quanto ignorato o minimizzato. Non si spiegano altrimenti situazioni come quella della Slovacchia o di altri Paesi dell’Est, dove le mafie hanno investito e creato ricchezza fino a diventare interlocutori del potere politico e economico. La capacità della mafia foggiana di infiltrare e influenzare il tessuto economico va inquadrata in questo quadro più generale. Ha ragione allora papa Francesco a denunciare la convergenza sempre più evidente fra la corruzione, le mafie e un sistema economico “di rapina”, “ingiusto alla radice”. Un sistema che ammette le imprese mafiose e quella variante non meno pericolosa che sono le imprese a partecipazione mafiosa.

Se negli anni Novanta fu sottovalutata la capacità di sfruttare la globalizzazione da parte delle organizzazioni mafiose, oggi quali sono gli aspetti più sottovalutati nell’evoluzione delle mafie?
Il rischio della sottovalutazione fa capo ancora all’equazione, dura a morire, che la mafia esiste la dove c’è violenza esplicita, dove c’è il fatto di sangue. In realtà, come riconosciuto da molti magistrati e messo nero su bianco dalla Commissione Antimafia, la mafia preferisce ormai il metodo corruttivo – ossia il potere persuasivo del denaro – alla violenza diretta. Questo non vuol dire che non spara più, ma solo quando è strettamente necessario e in aree ormai circoscritte quali appunto il foggiano e il napoletano. È dunque un errore grave pensare che una mafia che non spara o spara di meno sia più debole, così come lo è continuare a valutare le mafie con criteri e parametri che appartengono al passato e che non danno conto della loro evoluzione. Quanto alla mafia più potente e pericolosa, la ‘ndrangheta si “merita” questa definizione per la sua capacità d’investire in Italia e all’estero, di corrompere e di condizionare, di ridurre e pressoché azzerare i casi di collaborazione con la giustizia. Senza dimenticare che la ‘ndrangheta occupa una posizione di primissimo piano nel traffico di droga, e chi è leader di quel mercato – da sempre il più redditizio – di fatto è leader tra le organizzazioni criminali. Lo era Cosa nostra nei decenni Settanta e Ottanta, lo sono le cosche calabresi oggi.

Lo scorso agosto la vice-presidente di Libera, Daniela Marcone, disse che i fratelli Luciani, ammazzati a San Marco in Lamis, “non erano capitati al posto sbagliato nel momento sbagliato” ma “stavano solo vivendo la loro vita”.
Daniela ha ragione: sono i mafiosi a trovarsi sempre (lo sottolinea, nda) nel posto sbagliato. Cioè in una società che dovrebbe essere non solo ispirata ma organizzata secondo criteri di verità e giustizia, quelli che ci propone la Costituzione, il primo dei testi antimafia.

In questi mesi mogli e figli hanno vissuto il dolore e la perdita con estrema dignità. Cosa abbiamo da imparare dai famigliari di vittime innocenti di mafia?
Ci insegnano la dignità del dolore e l’impegno nel cercare verità e giustizia.

Un messaggio che Libera si sforza di trasmettere a partire dalle giovani generazioni.
Una società che non si cura dei giovani è una società che non si cura della propria storia, del proprio avvenire. Smettiamo di illudere i giovani con i rattoppi. Vanno sostenuti, incoraggiati anche dotando loro di strumenti necessari per realizzare le proprie capacità. Scuola e lavoro sono le priorità per una società aperta al futuro. Diamo ai giovani quello che gli spetta e saranno loro, gli esclusi di oggi, ad indicarci e costruire la strada del domani.