Chi non conosce i nomi di Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, Franz Schubert, Johannes Brahms, Igor’ Stravinskij?

Autori di opere immortali, eseguite nei teatri e nelle sale da concerto del mondo intero. A questa manciata di musicisti “eccellenti” ne potremmo aggiungere ancora una lista abbondante: ma dal Seicento al Novecento – dunque sull’arco di quattro secoli – non supereremmo forse i 100 o i 150.

Ma allora: è possibile che la grande musica si esaurisca in un centinaio di nomi?

La risposta è no. Attorno a queste personalità stellari c’è una vasta pletora di musicisti buoni e talvolta ottimi, autori di musiche ragguardevoli, che hanno svolto il loro lavoro con professionalità e intelligenza (e sono ancor oggi piacevoli da ascoltare).

Ecco qualche esempio fra i tanti, relativi al solo Settecento: Michael Haydn (1737-1806), fratello del più noto Joseph, prolifico autore di musica corale e strumentale; Carl Ditters von Dittersdorf (1739-1799), nome complicato ma musica limpidissima e spiritosa, autore di opere italiane, di Singspiel tedeschi e di sinfonie ispirate alle Metamorfosi ovidiane; Pasquale Anfossi (1727-1797), ottimo operista anch’egli e compositore di musica sacra; František Benda (1709-1786), violinista acclamato e maestro di cappella a Varsavia.

La stessa coesistenza di autori eccelsi e autori buoni si osserva in altri campi della cultura, in ogni epoca: arti visive, letteratura, fisica, medicina, sport, cucina, moda. Ai personaggi illustri se ne accompagnano di meno grandi e però ammirevoli comunque; e tutti contribuiscono a far crescere e migliorare i campi che coltivano.

Allora perché questa assillante giaculatoria dell'”eccellenza” a tutti i costi? Essa risuona per ogni dove – in particolare nelle università del nostro Bel Paese – e ha effetti nefasti dovunque. Si pretende che gli universitari siano tutti “eccellenti”: assoggettati a valutazioni esasperanti, docenti anziani e giovani, ricercatori di lungo corso e neo-assunti, sono moralmente obbligati a raggiungere un livello di eccellenza, spesso immaginario. Imperversano le classifiche e i ranking di questa o quella agenzia sono riverite dalle università come oracoli di un culto sacrale.

Ciò è profondamente distorsivo. La realtà nella quale viviamo è (per fortuna) ben diversa. Va bene andare una sera a cena in un ristorante a tre stelle Michelin, ma il vitto quotidiano è altra cosa, si basa su prodotti di qualità dei grandi magazzini o del verduriere all’angolo; la fisiologia umana impone che, quand’anche sia provvisto di un reddito sbalorditivo, il Creso di turno non si abbuffi di caviale e champagne, si cibi anche di mortadella, broccoli e insalatina.

Lo stilista Armani è meraviglioso: non ci si può però agghindare sempre con l’ultima sua creazione; occorrono pure jeans e magliette, reperiti magari ai saldi o nei mercatini. Un bosco è fatto di alberi d’alto fusto ma anche di erbe e di licheni nonché di arbusti, magari rigogliosi, che non supereranno però il metro di altezza: non per questo sono meno essenziali all’ecologia complessiva della foresta.

La mania della sedicente “eccellenza” sta producendo danni alla ricerca universitaria e alla psiche dei ricercatori. Costretti a ritmi di pubblicazione nevrotizzanti, pur di rientrare in parametri produttivi astratti e talora insensati, perdono la serenità intellettuale che il lavoro di ricerca esige. Pubblicare tanto, essere “produttivi” a prescindere, non significa ipso facto scrivere cose profonde, che abbiano un impatto scientifico durevole.

Nelle discipline umanistiche (quelle che conosco) il vero criterio di valore è la capacità di un testo di stimolare, ancora dopo molti anni, riflessioni e interpretazioni nuove e fruttuose. Non è detto che l’efficacia di una pubblicazione emerga subito: è il tempo, la storia, a decretarne la vera eccellenza.

Abbiamo un gran bisogno, oggi più che mai, di tanto lavoro di buona e di ottima qualità. “Ottimo” ed “eccellente” non sono sinonimi.

Ottimo” è superlativo di “buono“, indica ciò che è particolarmente buono e ogni lavoro, anche di modeste pretese, può essere svolto in maniera ottima. “Eccellente” è il participio presente di un verbo che implica il raggiungimento di un divario, di un distacco rispetto ai concorrenti: punta all’isolamento, all’innalzamento, a scapito di ciò che non eccelle. Dunque è un ideale precluso alla maggioranza.

Competere per raggiungere un obiettivo di “eccellenza” irrealizzabile e astratto danneggia la fisiologia della ricerca: l’idea di un’eccellenza diffusa è una contraddizione in termini.

Sforziamoci di migliorare, di essere studiosi intellettualmente onesti: tutti possono puntare al raggiungimento di ottimi risultati, ed ottenerli. Non sarebbe più costruttivo sostituire al concetto di “eccellenza” quello di “serietà“? Chi vorrà provarci? E se decretassimo un embargo decennale sul termine “eccellenza“?