Un figlio viene come vuole lui. Cresce storto o dritto, come le piante, e tu non ci puoi fare niente”. È il papà di uno dei tre ragazzi che hanno ucciso a bastonate una guardia giurata intenta a compiere l’ultimo atto del suo lavoro quotidiano: chiudere i cancelli della metro a Piscinola, periferia est di Napoli, disgraziata e degradata.

Un figlio cresce e vede, emula e impara. Impara a fare il barbiere oppure il rapinatore. Può il destino essere l’unico arbitro della nostra vita? Quel papà pensa che il destino sia tutto, e non trova – perché forse neanche la cerca – la propria responsabilità. Sua moglie invece, proprio in nome della responsabilità e non del destino, è implacabile: “Non lo perdonerò mai, mio figlio non mi vedrà mai più”. Il papà ha assistito inerme che quella vita crescesse storta. Si giustifica e un po’ si perdona. La mamma invece ha fatto ogni cosa possibile per raddrizzare la pianta. Non ci è riuscita e sente di dover pagare il pegno della sua colpa con la più dura delle sanzioni. Infatti dove c’è responsabilità non c’è perdono.

 

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