Si chiama Amazing China ed è il nuovo fiore all’occhiello della propaganda cinese campione di incassi al botteghino. Pensato per esaltare l’operato del presidente Xi Jinping, il documentario realizzato dalla CCTV riassume in 90 minuti i successi inanellati nei primi cinque anni di governo, dalle opere infrastrutturali alla scienza, passando per il progetto Belt and Road, la nuova via della seta con cui Pechino punta a rilanciare gli scambi (commerciali e culturali) attraverso Asia, Europa e Africa.

Il lungometraggio comincia con il discorso tenuto dal leader in apertura all’ultimo Congresso del partito, al termine del primo mandato quinquennale. Poi l’obiettivo si sposta nelle campagne cinesi dove il presidente si è recato in visita per illustrare al popolo il piano con cui il governo punta a sconfiggere la povertà entro il 2020, vero cavallo di battaglia dell’attuale amministrazione. “Chi altro avrebbe potuto fare tutto questo? Solo il partito comunista“, si chiede e si risponde Xi. La telecamera indugia sui progetti di sviluppo avviati nelle regioni autonome in cui sono concentrare le minoranze etniche, cartina torna sole tanto della modernizzazione cinese quanto degli ostacoli incontrati da Pechino nell’armonizzare segmenti della società culturalmente tanto diversi: “Siamo grati al partito, lunga vita al partito!”, scandisce una donna tibetana. La chiusura consiste in un incoraggiamento musicale eseguito del cantante pop Sun Nan: “Siamo fiduciosi! Andiamo avanti!”

Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, il film è stato più volte citato da funzionari e ministri durante l’annuale sessione dell’Assemblea nazionale del popolo (ancora in corso) per dimostrare il livello di sviluppo raggiunto dalla seconda economia mondiale. E ovviamente per esaltare i meriti del suo principale artefice. Balza all’occhio soprattutto la prossimità temporale tra la distribuzione nelle sale (2 marzo) e la decisione del parlamento di avvallare la rimozione dei limiti dei due mandati consecutivi che potenzialmente affida a Xi la presidenza a vita (11 marzo).

Gli incassi sembrano premiare fin troppo generosamente un documentario realizzato sulla base di spezzoni già trasmessi lo scorso anno in tv. Da quando è uscito nei cinema, infatti, Amazing China ha già totalizzato circa 42 milioni di dollari al botteghino, cifre che lo rendono ad oggi il primo documentario cinese per record di incassi sancendo il sorpasso su Twenty Two, produzione del 2017 dedicata alla storia delle “donne di conforto” costrette alla prostituzione dai soldati giapponesi durante il periodo dell’invasione nipponica in Cina. L’obiettivo – dicono fonti del South China Morning Post – è quello di raggiungere il miliardo di yuan. Ma non certo puntando sulla sua qualità, fanno notare gli esperti.

Infatti, se il portale Maoyan ha premiato la pellicola con un 9,6 su 10, il più affidabile sito Douban è stato costretto a disabilitare la funzione che permette agli utenti di lasciare un commento e assegnare un punteggio per evitare spiacevoli incidenti, mentre IMDb è anche più categorico nel suo giudizio: 1 su 10.

Nonostante l’industria cinematografica cinese si sia notevolmente affinata, c’è chi ritiene che il segreto del successo di Amazing China vada in realtà ricercato nella promozione aggressiva da parte del governo a livello di pubblico impiego. Questo spiegherebbe perché giovedì 15 marzo, pur trattandosi di un giorno lavorativo, le proiezioni pomeridiane nei principali cinema di Shanghai risultavano perlopiù interamente prenotate.

Nel sud della Cina, la Federazione dei sindacati del Guangdong ha invitato a promuovere attivamente il documentario attraverso l’organizzazione di proiezioni di gruppo. Addirittura, secondo la stampa di Hong Kong, diversi dipendenti delle aziende statali si sono visti consegnare i biglietti con l’ordine di recarsi al cinema, mentre su internet in molti hanno lamentato non solo la richiesta di partecipare a proprie spese ma anche l’obbligo di scrivere recensioni positive.

“Dopo l’annuncio della rimozione del limite dei due mandati presidenziali questo è decisamente un po’ troppo”, commenta seccato un impiegato statale al South China Morning Post. Ma c’è anche chi, mosso da un rinnovato patriottismo, riconosce gli sforzi della leadership nel tentativo di migliorare la qualità della vita nel paese più popoloso del mondo. “La nostra vita è molto migliorata e questo ci porta ad essere più orgogliosi della nostra nazionalità cinese”, spiega un veterano di Pechino dopo essersi volontariamente recato al cinema.

Negli ultimi tempi la propaganda comunista è ricorsa a tecniche sempre più accattivanti per calamitare l’attenzione di un pubblico il più possibile trasversale, cooptando alcuni elementi della cultura pop locale, dal rap ai cartoni animati. Ma se cambiano le modalità d’espressione lo stesso non si può dire della sostanza, che vede il nazionalismo rosso fungere da leitmotiv in tutte le produzioni “made in China” più popolari. Nel 2017, a dominare il box office è stato Wolf Warrior 2, apologia delle forze speciali cinesi in Africa nonché film di maggior successo di tutti i tempi (874 milioni di dollari). Quest’anno a seguire è Operation Red Sea (532 miliardi di dollari), pellicola che celebra le operazioni di evacuazioni messe in atto dalla marina cinese per salvare cittadini stranieri bloccati in un immaginario paese arabo.

L’entusiasmo per il genere è tale che il 30 gennaio scorso, l’organo statale preposto al controllo dell’industria cinematografica ha annunciato la riconversione di 5mila sale del paese in “cinema del popolo”, ovvero destinati unicamente alla proiezione di film patriottici.

di China Files per Il Fatto Quotidiano.it