La prima è stata Irene, una bambina di Scampia che non aveva neppure due anni, l’ultimo è stato Salvatore, 13 anni. Nove bambini non ci sono più. Alcuni di loro avevano subìto il trapianto di cuore, altri neppure quello. I loro nomi sono rimasti nelle liste di attesa dell’ospedale Monaldi di Napoli, che non solo è l’unico centro per i trapianti di cuore della Campania, ma di tutto il Sud. Qui sono sospesi da più di un anno i trapianti pediatrici, per i quali fino a poco tempo fa il Monaldi era considerata una struttura di eccellenza.

Con una delibera di gennaio 2017 è stato chiuso il reparto di Cardiologia e di Terapia intensiva pediatrica e i bambini vengono ricoverati tra gli adulti. Una scelta obbligata, a cui si è arrivati dopo quello che i genitori di questi bambini definiscono un graduale “smantellamento” del reparto. L’ultimo bambino sopravvissuto a un trapianto al Monaldi è stato operato nel 2014. Da allora i bambini, anche quelli trapiantati, sono tutti morti. Nei giorni scorsi l’ultima vittima, Salvatore, ricoverato in un reparto per adulti. Secondo la Regione Campania, a cui più volte si sono rivolti gli appelli dei genitori, l’ospedale soddisfa “pienamente i bisogni assistenziali dei pazienti adulti e pediatrici nelle diverse fasi assistenziali del trapianto”. Eppure i dati raccontano un’altra storia. E lo fa anche Dafne Palmieri, presidente del comitato dei genitori dei bambini trapiantati e mamma dell’ultimo bimbo sopravvissuto che oggi ha 16 anni. La donna che da giorni è in sciopero della fame e che, insieme ad altri genitori, è salita sul tetto del Monaldi gridando il proprio dolore e chiedendo di essere ascoltata dal presidente della Regione Vincenzo De Luca e dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un appello rinnovato quando i genitori hanno manifestato bloccando l’uscita dell’ospedale. Protesta rientrata “per responsabilità verso chi ha bisogno di entrare al Monaldi per ricevere cure”. Ora, dopo un tavolo tecnico già annunciato dalla Regione, si prospetta una soluzione, ma non è la prima volta che questi genitori ascoltano promesse.

IL GRIDO DI DOLORE – Ma cosa è successo per arrivare alla chiusura del reparto? “Tutto è iniziato quando hanno iniziato a spostare i cardiochirurghi da Cardiochirurgia pediatrica – spiega a ilfattoquotidiano.it Dafne Palmieri – smistandoli in altri reparti e, in particolare, i due esperti in interventi pediatrici sono stati trasferiti in Cardiochirurgia adulti”. È stato l’inizio della fine, con bambini costretti al trapianto in altre regioni e altri, operati al Monaldi, che non ce l’hanno fatta. Irene era stata mandata a Bologna per il trapianto. Era il 2014, gli stessi mesi in cui ha subìto l’intervento il figlio di Dafne, il periodo in cui tutto è cambiato: “Mi domandavo perché mio figlio fosse al Monaldi e la bambina, invece, in Emilia Romagna”. Poi è successo che, stabilizzata e tornata a Napoli, la piccola ha avuto bisogno di assistenza ed è arrivata “in una Cardiochirurgia pediatrica non più presidiata”. D’altro canto “è successo anche a mio figlio”. Dopo il trapianto, ha avuto un rigetto con vomito e respirazione affannosa: “Mi avevano detto che era influenza, ma io mi sono rifiutata di tornare a casa e ho minacciato di tornare con i carabinieri. Così è stato ricoverato. Per fortuna, perché nei giorni successivi il bambino ha avuto un collasso”. Ma in questi ultimi anni al Monaldi sono morti anche quelli in lista d’attesa, tranne una bambina operata a Bergamo.

LA DENUNCIA: “I NOSTRI FIGLI ESPOSTI A RISCHI” – Da qui è partita una denuncia alla Procura con il supporto di Federconsumatori e Comitato Sanità Campania e, prima ancora, una petizione al governatore De Luca. Alla fine, su sollecitazione degli stessi genitori, la delibera con cui lo scorso anno il reparto è stato chiuso. Ovviamente il problema non è stato risolto. “Salvatore era stato trapiantato a Roma, dove veniva anche assistito – spiega Dafne Palmieri – ma ha avuto una complicazione ed è venuto al Monaldi, dove è stato ricoverato di Cardiochirurgia adulti”. Secondo i genitori i loro figli non hanno più un’assistenza adeguata, dato che essere ricoverati insieme agli adulti li espone a rischi maggiori di infezione, né si hanno notizie su precisi protocolli di cura”. Senza contare l’assenza di specialisti dedicati. “Noi vogliamo garantire l’assistenza ai nostri figli – spiega la mamma – o si ripristina il centro oppure lo chiudano senza continuare a finanziarlo”.

IL REPARTO CHIUSO PER CONTRASTI TRA DIRIGENTI – Ad amareggiare i genitori di questi bambini sono anche le ragioni che hanno portato allo smantellamento e poi alla chiusura del reparto. “Prima il Monaldi era un centro di eccellenza – spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente di Federconsumatori Campania, Rosario Stornaiuolo – ora invece, pur avendo ricevuto anche di recente altri fondi, non permette di eseguire trapianti pediatrici. Ed è difficile capire davvero cosa significhi questo per una famiglia. Perché trasferire un bambino in un’ospedale di un’altra regione, significa trasferire la sua famiglia. Tutto questo per lo smantellamento di un reparto dovuto alla lotta interna tra i vari dirigenti sanitari, il tutto nella disattenzione della Regione”. Un’accusa pesante: “Questa è la sanità gestita come bancomat della politica, mentre le mamme chiedono che a gestire i trapianti arrivino persone competenti e non clientelari”. A confermare che è stata tutta una questione di disorganizzazione è la stessa Regione che ha convocato una riunione “finalizzata alla definizione di un modello organizzativo integrato che metta insieme le migliori professionalità dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia pediatrica e della Cardiologia di Trapianti”. Ma i genitori ribattono: “Il modello organizzativo è stato già deliberato a dicembre 2016, confermato e ripreso da una delibera dell’azienda a novembre 2017. Non c’è da definire, ma c’è da strutturare organizzazione e protocolli per renderli attuativi”. In una nota di qualche giorno fa è stato spiegato che la sospensione dei trapianti pediatrici è stata decisa un anno fa dal Ministero della Salute “a seguito dell’accertamento degli esiti negativi degli interventi e della mancata integrazione delle equipe a fronte delle risorse impegnate”. In pratica si ammette che qualcosa non andava prima dello stop agli interventi. Nel frattempo, però, i bambini hanno continuato a morire.

Al termine del tavolo tecnico, di fatto, l’azienda del Monaldi ha fatto sapere che “nelle more della realizzazione del nuovo reparto della Cardiochirurgia dei trapianti” è stato condiviso un modello “che vede interessata la Cardiochirurgia pediatrica per le problematiche assistenziali dei pazienti sino a 10 anni di età e la Cardiochirurgia dei trapianti da 10 a 18 anni”. Ai professionisti è stata delegata, in tempi brevi, l’individuazione di specifici percorsi assistenziali per consentire la rimozione della sospensiva sui trapianti pediatrici. “Di certo per noi è una speranza, ma non è la prima volta che ci vengono fatte promesse, quindi resta la preoccupazione” commenta Dafne Palmieri. Che continua, con lo sciopero della fame, la battaglia.