Forse nessun santo contemporaneo come padre Pio ha subito una vera e propria persecuzione dalla Curia romana. Quella Curia che oggi, a distanza di 50 anni dalla morte del frate del Gargano, ha un rapporto di conflittualità abbastanza evidente con Papa Francesco. Lo stesso giudizio molto critico del potente centralismo vaticano, pur con le dovute differenze di ruoli e di epoche, è ciò che accomuna Bergoglio e padre Pio. E non è un caso se, dopo aver voluto, durante il Giubileo straordinario della misericordia, il corpo del frate cappuccino in Vaticano, dove da vivo non vi aveva mai messo piede, Francesco ha compiuto un doppio pellegrinaggio nelle terre di san Pio: Pietrelcina che gli ha dato i natali e dove nessun Pontefice era mai stato; e San Giovanni Rotondo dove ha vissuto per mezzo secolo e dove riposano le sue reliquie.

In questi primi cinque anni di pontificato i discorsi più duri di Bergoglio sono stati proprio quelli rivolti alla Curia romana. Appena un anno e mezzo dopo la sua elezione indicò ben 15 patologie curiali: dalla malattia del sentirsi immortale, immune o addirittura indispensabile a quella dell’eccessiva operosità; dalla malattia dell’impietrimento mentale e spirituale a quella dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo; dalla malattia del cattivo coordinamento a quella dell’alzheimer spirituale; dalla malattia della rivalità e della vanagloria a quella della schizofrenia esistenziale; dalla malattia delle chiacchiere a quella di divinizzare i capi; dalla malattia dell’indifferenza verso gli altri a quella della faccia funerea; dalla malattia dell’accumulare a quella dei circoli chiusi; fino alla malattia del profitto mondano.

Parole che sono tornate con forza recentemente quando Bergoglio, sempre parlando alla Curia romana, ha citato l’espressione di monsignor Frédéric-François-Xavier De Mérode: “Fare le ‎riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti”. Una frase eloquente per sottolineare quanta opposizione sta trovando all’interno dei dicasteri vaticani per l’attuazione di quelle riforme che gli sono state chieste dal conclave che lo ha eletto. Di nemici, infatti, Bergoglio ne ha molti di più nella Curia romana che all’esterno, così come tanti suoi detrattori si definiscono credenti e accusano il Papa di essere eretico.

Nessuno più di padre Pio ha potuto sperimentare sulla sua pelle quanto possa essere violenta l’avversione della Curia romana. Il frate, riabilitato e canonizzato da Wojtyla, in vita subì ben due persecuzioni da parte dell’ex Sant’Uffizio sotto i pontificati di Benedetto XV, Pio XI e di san Giovanni XXIII. Sospeso e poi riammesso in entrambi i casi, padre Pio non si oppose mai alle decisioni della Santa Sede e non incontrò mai nessun Papa. Il primo a scrivere una durissima relazione contro il frate fu il suo confratello padre Agostino Gemelli: “È un bluff. Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico”. E sulle stimmate il religioso e psicologo non ebbe dubbi: “Le ferite che ha sul corpo sono fasulle, frutto di un’azione patologica morbosa. È un ammalato che si procura le lesioni da sé. Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti, tipico della patologia isterica”.

L’altro persecutore di padre Pio, monsignor Carlo Maccari, non fu di parere diverso da quello di Gemelli salvo poi, diversi anni dopo la morte del frate, divenuto arcivescovo di Ancona-Osimo, pentirsi e diventarne un grande devoto. A difendere il frate del Gargano dalle accuse di monsignor Maccari fu l’allora di arcivescovo di Manfredonia, monsignor Andrea Cesarano, amico personale di Roncalli dagli anni in cui il futuro Papa era visitatore apostolico in Bulgaria. Il presule chiarì che “padre Pio è un apostolo che fa delle anime un bene immenso. Un uomo di Dio. Un santo. Su di lui si dicono tutte calunnie”. Quelle stesse chiacchiere curiali oggi stigmatizzate con forza da Francesco: “È un po’ lo spirito di Caino: ammazzare il fratello con la lingua”.