di Federica Pistono *

La narrativa marocchina in lingua araba, spesso relegata nell’ombra da quella francofona, è ancora poco conosciuta in Occidente. Fra gli scrittori più noti, emerge Muhammad Shukri, autore del romanzo autobiografico Il pane nudo (Theoria, 1989, trad. M. Fortunato). L’opera ripercorre il periodo che va dalla nascita dell’autore nel 1935 al 1956, anno della proclamazione dell’indipendenza marocchina, narrando il tempo difficilissimo dell’infanzia e dell’adolescenza, caratterizzato non solo dalla povertà, ma anche dalla violenza domestica, in una famiglia in cui il padre alcoolizzato si spinge ad assassinare uno dei figli in un barbaro accesso di aggressività. La famiglia si trasferisce dal Rif a Tangeri, ma qui il mondo esterno è ancor più spaventoso di quello familiare. Allontanatosi da casa, il ragazzo conosce prematuramente sessualità e perversione. La speranza di salvezza si accende grazie all’incontro con la cultura. Analfabeta, comincia a studiare, divenendo maestro e, in seguito, scrittore. Il romanzo si caratterizza per lo stile picaresco e il linguaggio di grande potenza espressiva.

Altro romanzo autobiografico dell’autore è Soco Chico (Jouvence, 1997, trad. M. Avino) in cui Shukri narra il suo incontro con gli occidentali accorsi a Tangeri alla ricerca di un paradiso artificiale. Il lettore è introdotto nella geografia segreta di Tangeri, tra caffè, mercati, locali notturni, e, guidato dall’autore, si muove alla ricerca di nuove realtà. Shukri ci offre così una visione variopinta e multiforme di un mondo alla deriva.

Di grande fascino il romanzo Ibn Khaldūn: il grande erudito (Jouvence, 2006, trad. P. Viviani) di Bensalem Himmish. Il romanzo ripercorre gli ultimi anni di vita di un personaggio di spicco del mondo arabo-islamico, l’insigne storiografo e sociologo ante litteram Ibn Khaldūn, narrando il suo arrivo al Cairo, governato dal sultano mamelucco Barquq, il memorabile incontro con Tamerlano e la morte, avvenuta nel 1406. Si tratta dunque di un romanzo storico incentrato sulla figura del grande studioso tunisino, uno degli intellettuali più rilevanti della cultura araba della cosiddetta decadenza, prima della Rinascita del 1800-1900. Attraverso la figura di Ibn Khaldūn, l’autore propone una riflessione sul rapporto tra “intellettuale e potere” e sul viaggio che la cultura araba, e maghrebina in particolare, ha compiuto nel corso dei secoli.

Molto interessante il viaggio nella memoria proposto ne Il gioco dell’oblio di Muhammad Barrada (Mesogea, 2009, trad. R. Ciucani). Dopo la morte della madre, Hadi, intellettuale di mezza età, indaga nella propria memoria, attraverso la sovrapposizione dei suoi ricordi con quelli delle altre voci narranti, consegnando al lettore un ritratto stratificato della società marocchina, dal Protettorato francese agli anni Ottanta. Un percorso a ritroso che costituisce un tentativo di ricomporre la presenza della madre e quel segmento di vita che sembra destinato a dissolversi nell’oblio. Il romanzo è un racconto corale, in cui la famiglia di Hadi si confessa con più voci e più lingue (arabo classico, arabo marocchino, francese) per ricomporre sogni e speranze di tre generazioni. Definito il primo romanzo marocchino postmoderno, si tratta di un’opera profondamente introspettiva che tuttavia si apre all’esterno, giacché l’autore introduce voci estranee alla storia che arricchiscono il campo della narrazione.

Splendido il romanzo L’arco e la farfalla di Mohammed Al Achaari (Fazi, 2012, trad. P. Viviani). La vita di Youssef, giornalista e scrittore, è improvvisamente sconvolta dalla notizia della morte del figlio Yassine, autore di un attentato terroristico in Afghanistan. Crollano le certezze del padre che, precipitando in un abisso di dolore, perde l’olfatto e il gusto per la vita, smarrisce l’interesse per la politica e la letteratura. Più tardi, l’elaborazione del lutto conduce Youssef a rivisitare il passato. Attraverso le sue riflessioni, il lettore viene a conoscenza della storia della madre, una donna tedesca morta suicida, della vicenda del padre che, pur anziano e cieco, lavora come guida archeologica nella città di Volubilis, della crisi con la moglie, con cui il rapporto si deteriora dopo la morte del figlio. Anche se l’incontro con la giovane Leila lo aiuta a riprendersi, il senso della vita risiede, secondo Youssef, nel caos che pervade la sua esistenza e quella del Marocco intero. L’autore racconta gli ultimi quarant’anni di storia, dalla lotta al dispotismo negli anni Settanta allo sviluppo economico, con l’avvento della speculazione edilizia e del turismo, ma anche con le lacerazioni legate agli attentati islamisti. Il romanzo è il ritratto di due generazioni, quella dei militanti di sinistra ormai integrati nella cinica classe dirigente, e quella dei giovani, stretta in un vuoto di valori tra l’attrazione per l’Occidente e le tentazioni jihadiste.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba