Mi piace l’idea “liquida” di casa, perché ti permette di sentirti a tuo agio in quei posti che – seppur non ti appartengono fisicamente – ti accolgono, facendoti sentire parte di qualcosa. Casa di Ale (io lo chiamo così) è uno di questi luoghi. Da sempre. Perché è bello ritrovarsi, nonostante la distanza. Di fronte a un caffè e un quadratino di cioccolata fondente, a chiacchierare di questioni filosofiche e gossip di quartiere.

Ci è capitato più volte di trattare argomenti che toccano la nostra identità. Attivista di primo rango, seppur d’animo schivo, Alessandro Motta è stato presidente del comitato QueerRevolution in Arcigay Catania: a lui si deve l’istituzione del registro delle unioni civili nel capoluogo etneo, ben prima dell’approvazione della “legge Cirinnà”. Laurea in Filosofia, libraio di professione, si è poi interessato di bioetica e al tema della surrogacy, pubblicando recentemente il volume Dalla parte del torto – Perché vietare la gestazione per altri è un errore (Villaggio Maori Edizioni), presentato domenica scorsa al Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, a Roma.

È un libro che ho aspettato a lungo, che parte dalla sua tesi di laurea e che affronta la questione – spinosa e dividente – non attraverso le dinamiche delle tifoserie contrapposte, tanto care a chi ha fatto della questione un modo come un altro per poter continuare ad esistere politicamente (da Arcilesbica a certo femminismo della differenza), ma guardando in faccia il fenomeno, senza nascondere gli aspetti controversi – come lo sfruttamento del corpo femminile in quei contesti in cui scarseggiano i diritti umani – e descrivendo le ragioni per cui vietare la Gpa è sbagliato, come recita il sottotitolo del suo saggio.

Per spiegare le ragioni del suo sì, parte da una domanda centrale che pone proprio nel bel mezzo della sua trattazione: «Come può uno Stato laico […] porre un discrimine ideologico tra chi può riprodursi e chi no?» Interrogativo che sembra andar contro quei tentativi, per altro vani, di introdurre il reato universale “contro l’utero in affitto” e che vede pericolosamente vicine le posizioni di un certo attivismo (anche Lgbt) e dell’estrema destra italiana.

Per rispondere a questa domanda, Motta affronta le principali obiezioni che si producono contro la procreazione medicalmente assistita (in generale) e contro la Gpa stessa (nello specifico). Riguardo alle prime, egli demolisce il concetto di “natura” posto come discrimine per permettere l’accesso alle tecniche di genitorialità. Il concetto di “naturale” è un costrutto culturale. Per quale ragione, si chiede l’autore, siamo portati a considerare “naturale” un termitaio e “artificiale” un grattacielo? È il nostro occhio a fare questa separazione, ma visto che la natura non pensa se stessa non è questo un argomento valido per vietare pratiche ritenute – senza alcun fondamento filosofico – contro-natura.

Riguardo l’obiezione alla Gpa, riprendendo gli argomenti cari al femminismo della differenza, elabora una critica verso chi sembra aver tradito quella “libertà di scelta” su cui dovrebbe fondarsi la ridefinizione di una nuova identità e non solo femminile, se allarghiamo il campo a tutte le soggettività non previste o osteggiate dal patriarcato. Sembra, anzi, che tali opposizioni siano motivate da velati sentimenti di omofobia: che due maschi gay possano avere prole è un’onta che certe attiviste non sono disposte (o in grado?) ad accettare.

Insomma, nell’elaborazione di una critica al pensiero confessionale – che impone un’etica assolutistica (non funzionale alla felicità dell’individuo) – e ad un certo approccio ideologico, contrappone due concetti fondamentali per trattare la questione con la serenità necessaria: quello di qualità della vita, intesa come benessere individuale a cui poter accedere senza divieti aprioristici di sorta, e di responsabilità procreativa. Ovvero: diventare genitori chiedendosi se si hanno le carte in regola per garantire il benessere del nascituro.

Tutto questo, ed altro ancora, è affrontato nel volume di Motta senza sconti, senza mezze verità e ravvisando il rischio dello sfruttamento non nella pratica in sé, ma in quel sistema capitalistico che genera ancora corpi privilegiati e subalterni. Fornendo quindi la soluzione a un problema che esiste (il sistema che sfrutta) e verso cui le risposte fino ad ora fornite riguardavano solo gli attacchi a categorie di persone. Dopo questo libro, insomma, abbiamo qualche strumento in più per affrontare laicamente la questione. Ed è bene che sia così.