La ‘ndrangheta come “testa pensante e struttura direzionale nel processo di espansione globale del crimine organizzato”. Parola del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che così delinea le nuove frontiere della criminalità organizzata calabrese, a due giorni dall’arresto di Nino Vadalà. L’imprenditore di Bova Marina, trapiantato in Slovacchia, era finito in carcere, assieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa, con l’accusa di essere coinvolto nell’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo i due, insieme agli altri 5 italiani arrestati per il duplice omicidio, sono stati rilasciati.

Al netto della cronaca e dell’inchiesta condotta dalla polizia slovacca, la vicenda di sangue consumata a Velka Maca pone interrogativi importanti sugli interessi della ‘ndrangheta nei Paesi Europei. E parallelamente solleva ancora una volta il problema della percezione delle mafie fuori dall’Italia, come documentato da un’inchiesta del fattoquotidiano.it. “Dalla strage di Duisburg non è cambiato nulla. Oggi per la ‘ndrangheta è più sicuro organizzare una truffa sui fondi europei in molti Paesi dell’Unione rispetto a quanto si rischia con la gestione del traffico della cocaina“, dice il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri.

La ‘ndrangheta nell’Est Europa – A spiegare come sia possibile è Lombardo. “La capacità espansiva della ‘ndrangheta, anche nell’Est europeo è sotto gli occhi di tutti da molti anni, nonostante questo fenomeno sia ancora sottovalutato da molti osservatori, anche istituzionali.  Mi sorprende, da una parte, e mi preoccupa, dall’altra, il fatto che ci sia ancora qualcuno che abbia il coraggio di affermare che la ’ndrangheta abbia perso per sempre la sua carica di violenza il nome di una tendenza evolutiva che la rende meno percepibile.  La ‘ndrangheta è, e sarà sempre, violenza e affari, azioni eclatanti e strategie sommerse, controllo del territorio e grandi investimenti”, dice l’aggiunto reggino.

“La crisi ha agevolato le associazioni criminali” – Il magistrato che proprio l’1 marzo, con la sentenza del processo “Gotha” in cui è stata riconosciuta la “componente riservata” della mafia calabrese, è riuscito a dimostrare l’esistenza di un “direttorio” delle cosche, parla di “un meccanismo criminale estremamente insidioso, soprattutto in quelle realtà territoriali ed economiche che non hanno la capacità di comprenderne appieno i confini. Questo significa che non può escludersi nulla in relazione alle ipotesi fatte in questi giorni sul duplice omicidio consumato in Slovacchia. Il pericolo più grande, a mio parere, va ricercato nella capacità delle grandi mafie, quelle che amministrano un’enorme quantità di capitali liquidi, di divenire interlocutori necessari del sistema economico mondiale. E questo che deve allarmare, soprattutto in un momento storico in cui la capacità di immettere sul mercato liquidità è molto scarsa”.

Ed è proprio la grande disponibilità di contante, unita alla crisi economica, che ha segnato una grande novità nei rapporti tra associazioni criminali e rappresentati del mondo degli affari. “L’organizzazione criminale moderna – spiega Lombardo – non si propone più al suo interlocutore potenziale, ma viene individuata a monte quale soggetto con cui interloquire per risolvere problemi. Con le mafie si ottengono agevolazioni e corsie preferenziali in campo imprenditoriale e finanziario, in un circuito che occulta nei meandri dell’economia legale, nazionale internazionale, enormi quantità di capitali sporchi”.

“Capitalismo mafioso in continua evoluzione” – Ecco perché “all’interno di questo quadro dobbiamo oggi parlare di una forma di capitalismo mafioso in continua evoluzione”. In altre parole siamo di fronte a una “ ’ndrangheta globalizzata, capace di mantenere fortissimi legami nel suo territorio di origine. Penso che sia arrivato il momento di riconoscere senza tentennamenti che questa evoluta forma di globalismo criminale (di cui la ’ndrangheta è la plastica espressione) abbia ormai prodotto i suoi effetti provocando un adeguamento del mondo globalizzato alle realtà criminali locali più forti”. Una sorta di adeguamento al contrario dal globale al locale che finisce, così, per essere il “sistema vincente nelle interlocuzioni economico-finanziarie internazionali”.

“Questo non vuol dire che il sistema capitalistico mondiale sia totalmente nelle mani delle grandi mafie – chiarisce il procuratore Lombardo – Vuol dire solo che è ormai innegabile il condizionamento dei capitali mafiosi il cui peso, nella loro collocazione strategica, è potenzialmente in grado di incidere sulle scelte di organismi chiave di altri settori, in una costante concatenazione di eventi estremamente destabilizzanti”. Un esempio? Si pensi, per esempio, ad alcune indagini antimafia da cui è emerso come le cosche stiano comprando il debito pubblico, i titoli di stato di numerosi Paesi. È facile intuire quali forme di pressione l’organizzazione criminale più potente al mondo, com’è la ‘ndrangheta, può esercitare sui governi di questi Stati provocando crisi di liquidità.

Alle famiglie mafiose non interessano i soldi del debito ma quello che può ottenere con la pressione che può esercitare su quei governi. Allarme, tra l’altro, lanciato in più occasioni, in passato, anche dal presidente del Senato, Piero Grasso (in passato al vertice della Direzione nazionale antimafia) che ha spiegato come “spesso le crisi, piccole e grandi (soprattutto le crisi di liquidità) siano indotte dai sistemi criminali particolarmente evoluti”.

“Occorrono strumenti di contrasto sovrannazionali”- “Ecco il motivo – aggiunge Lombardo – per il quale chiediamo da anni strumenti di contrasto sovrannazionali che coinvolgano davvero gli Stati esteri in cui il fenomeno criminale si è manifestato con sufficiente chiarezza. Non basta più fermarsi alla quantificazione del volume di affari delle mafie nel mondo, proprio perché quei numeri (seppur importanti) non sono in grado di fornire una fotografia della reale ampiezza del fenomeno e tendono ad innescare valutazioni sottostimate e fuorvianti, che non tengono conto del fatto che i sistemi criminali di tipo mafioso gestiscono ampie fette di economia sommersa, come tale difficilmente trattabile, quale strumento di diretto condizionamento del consenso sociale”.

Consenso sociale che, ovviamente, “diviene destabilizzante nel momento in cui è in grado di condizionare le scelte politiche di interi Stati. Anche per questo motivo le indagini antimafia soprattutto sul versante economico finanziario, devono fare un salto di qualità in ambito internazionale. Lo sforzo che l’Italia fa da anni non basta. Non possiamo permetterci di perdere altro tempo se non vogliamo trasformare il contrasto alle mafie globalizzate nell’ennesima passiva presa d’atto di fenomeni criminali ormai irrimediabilmente consolidati”.

“Per le cosche più sicuro truffare fondi Ue che spacciare cocaina” – Un concetto, in sostanza, condiviso da Nicola Gratteri. Secondo il procuratore di Catanzaro “non è difficile per la ‘ndrangheta drenare soldi pubblici all’estero. Soprattutto nell’est europeo dove tendenzialmente c’è un grado di permeabilità enorme e dove è molto più facile corrompere o penetrare una pubblica amministrazione. Mediamente c’è un livello di corruttela molto più alto che in Italia. La ‘ndrangheta corrompe e ricicla i soldi del traffico di cocaina. Sul piano penale si rischia pochissimo. Una truffa alla Comunità europea è molto redditizia perché ci sono milioni e milioni di euro disponibili e il pericolo di essere processati è minimo perché i reati si prescrivono facilmente ed è difficilissimo andare in carcere”. “Anche quando si è condannati la pena è molto bassa. – aggiunge Gratteri – È conveniente commettere quei reati considerando i lauti guadagni che si hanno dalle frodi comunitarie”. Questo avviene, per esempio, nel mondo dell’agricoltura. Per il procuratore di Catanzaro, “le mafie comprano i latifondi e i terreni non tanto per coltivare ma soprattutto per i contributi europei”.

“Dopo Duisburg nulla è cambiato” – Quale può essere allora la soluzione? “Si devono cambiare le regole del gioco. Gli Stati d’Europa dovrebbero attrezzarsi. Noi ci lamentiamo spesso che la legislazione italiana è farraginosa, è inidonea e insufficiente rispetto a quella che è la realtà criminale. Immaginate negli altri Stati, non solo dell’Est ma anche dell’Europa centrale, dove non ci sono sistemi giudiziari seri e concreti per contrastare le mafie. Insomma, l’Europa è nuda contro le organizzazioni criminali. Dopo Duisburg (dove nel 2007 sono stati uccise 6 persone nell’ambito della faida di San Luca, ndr), non è successo nulla perché non è stato cambiato il sistema. Gli Stati europei continuano a sostenere che lì non c’è la mafia e che questa è un fatto tutto italiano. La lezione di Duisburg non l’hanno capita”.