Dal nulla (o quasi) spunta un’alternativa per gli indecisi: il partito degli startupper milionari e dei cervelli in fuga. Si chiama “10 volte meglio” e il suo presidente è Andrea Dusi, un veronese poco più che quarantenne che ha fondato una società da 40 milioni di fatturato e l’ha poi venduta ai franco irlandesi di Smartbox. Due anni dopo si dà alla politica, in Italia. Come braccio destro ha Stefano Benedikter, un 33enne che nel 2013 ha fondato Dagon, società da mille dipendenti in 11 paesi che promuove progetti di sviluppo in Africa. Fatturato: oltre 10 milioni di dollari. Ha vissuto e lavorato in oltre 30 Paesi al mondo, e ora vive a Roma con la famiglia e un figlio. E anche lui, chissà perché, si dà alla politica. In lista altri personaggi dal cv invidiabile, mentre non c’è stato tempo per raccogliere le firme di candidati eccellenti che avevano aderito e partecipato alla stesura del programma, come la vice direttrice generale dell’Oms Flavia Bustreo e la nipote di Rita Levi Montalcini.

L’idea è scaltra quanto semplice: candidare la “meglio gioventù” con poche speranze di farla entrare in Parlamento, ma sapendo quanto è facile differenziarsi dai partiti tradizionali battendo il tasto delle competenze. Non è totalmente nuova, se solo si pensa ai Monti boys o a Fermare il declino di Oscar Giannino, però con le lauree: il presidente di “10 volte meglio”, per dire, ne ha ben due – italiana e olandese – ed è iscritto a filosofia. La notizia è che i sondaggi per questa formazione dicono che l’ingresso in Parlamento non è solo un miraggio, poco ci manca che diventi meta: la scorsa settimana la davano allo 0,5%, ora all’1,5. Non così lontani dalla fatidica soglia del 3% che per certi ingegni – come vedremo – diventa però del 6. In ogni caso, quell’1% è già tantissimo per un partito-startup.

In soccorso ai cv arriva un minimo di esperienza politica in prestito da Alternativa Libera, gli ex Cinque Stelle che da gruppo autonomo ha portato avanti battaglie per la legalità e la trasparenza dagli effetti non trascurabili nella legislatura appena conclusa. Di Al in lista c’è Marco Baldassarre, leccese di nascita ma aretino d’adozione corre in Puglia, una delle 10 regioni in cui “Dieci volte Meglio” ha presentato le sue liste. Perché, spiega il fondatore e capolista Andrea Dusi, “noi le firme le avevamo raccolte in tutte le regioni. Non abbiamo reti come Potere al Popolo o CasaPound che ci possono dare una mano, così in due settimane con i banchetti avevamo raccolto tutte le firme necessarie. Purtroppo poi abbiamo avuto problemi in alcune regioni dove c’è stato anche una sorta di ostruzionismo nei nostri confronti, alla fine per noi adesso la soglia da superare è quella del 6%”.

Dusi parla di programmi con l’entusiasmo rigenerante dell’uomo della Silicon Valley: lavoro, turismo, istruzione. “Sono i pilastri sui quali è possibile innescare un cambiamento radicale che la politica non è in grado neppure di vedere perché non ha una visione. È questo che ci ha spinti a lasciare il settore privato nel quale siamo riusciti a realizzare cose importanti per mettere il nostro tempo e le competenze al servizio della cosa pubblica. In fondo chiedo solo che gli elettori guardino questi curricula. Perché la competenza, in Italia, sia ancora un valore”.

D’accordo, sondaggi alla mano, quante speranze avete di passare? “All’inizio – risponde  – ci davano lo 0,1, settimana scorsa termometropolitico.it ci dava allo 0,5 e ora lo 0,9 con una forchetta fino allo 1,5%. Se andiamo avanti così l’obiettivo del 6% è alla portata e allora davvero questa piccola lista può diventare l’ago della bilancia delle elezioni. E portare anche 20 deputati alla Camera”. Siederanno a destra o sinistra? “Sono etichette”. Il partito degli startupper sta con chi gli fa fare start: “Semplice, stiamo con chi ci fa realizzare il programma”.

Giovane e ricco – si sparla di 20 milioni derivanti dalla vendita della sua società – ma chi glielo fa fare al signor Dusi? “Io e il mio socio abbiamo deciso di vendere perché volevamo impegnarci in un’iniziativa no profit, Impact School con l’Università di Verona e lavorando con i ragazzi mi sono accorto che non sopportavo la loro rassegnazione verso un futuro già scritto: stare in Italia e non avere aspettative o emigrare”. Così ad agosto prende in mano il telefono inizia a chiamare professionisti disponibili a salire sul bus dei cervelli in fuga. Aderisce, tra gli altri, Mattia Crespi che lavora a Palo Alto per l’Institute for the future, in pratica un ricercatore predittivo di macrofenomeni sociali, economici e ambientali. C’è lo startupper Lorenzo Polentes che ha vinto una ventina di premi internazionali. Tutta gente che se non è scappata dall’Italia sicuramente vive o ha vissuto la maggior parte del proprio tempo all’estero “è da lì che si capisce che il nostro Paese è dieci volte meglio”.

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