Se lavorassi per una delle più grosse organizzazioni mondiali per i diritti umani, con progetti internazionali e stipendi considerevoli, riusciresti a mollare tutto per seguire le tue passioni? In molti considererebbero una follia lasciare una posizione come la sua per diventare libero professionista del teatro, ma per Angelo Miramonti questo era il bivio che aspettava. “Da tempo sentivo che il mio lavoro era molto lontano dalle persone, dai loro problemi, e volevo vedere più concretamente i risultati del mio lavoro”. Nato a Magenta, Angelo ha lavorato per sette anni per il centro di formazione dell’Onu Torino. Poi nel 2014 la partenza per il Senegal dove è rimasto tre anni e mezzo, occupandosi per una grande associazione internazionale di protezione di bambini da abusi e sfruttamento, matrimoni infantili, mutilazioni genitali femminili e violenza fisica, emozionale e sessuale. “Lavorando per loro ho avuto la possibilità di risparmiare dei soldi che ora mi permettono di non avere preoccupazioni per il futuro. Sarebbe assurdo fare un lavoro in cui non credo più solo per ragioni legate allo stipendio”. Tanto che il 42enne di Trecate da pochi mesi ha lasciato l’Africa e l’organizzazione per trasferirsi in Colombia e sperimentare un metodo di teatro partecipativo con ex combattenti che hanno lasciato le armi e con persone che hanno subito per decenni la violenza dei gruppi armati. “Voglio dedicarmi esclusivamente a un’attività che credo abbia senso per me e per le persone con cui lavoro”.

In Colombia non ho un solo datore di lavoro, lavoro per diverse Ong e università

Mentre si racconta sono le 3.30 del mattino. Angelo aspetta dall’aeroporto colombiano di Cali il primo volo per Haiti. “Vado a condurre dei laboratori di teatro partecipativo con personale di ong haitiane. Il tema degli spettacoli che porteremo in sei comunità colpite da un uragano è la ricostruzione più sicura delle loro case”. La passione per il teatro partecipato risale ai tempi in cui il 42enne viveva a Torino. Qui, Angelo ha imparato a condurre laboratori e spettacoli usando soprattutto l’insieme di tecniche chiamate teatro dell’oppresso e sistematizzate dal regista brasiliano Augusto Boal. “Ho condotto laboratori in Italia e in vari paesi africani e latinoamericani. In Colombia non ho un solo datore di lavoro, lavoro per diverse Ong e università”. E da gennaio 2018, l’inizio anche dell’insegnamento all’Università di Cali come professore di teatro e comunità. “Oltre a insegnare il mio ruolo sarà quello di accompagnare gli studenti di teatro durante i loro tirocini in scuole di quartieri difficili, carceri, ospedali psichiatrici e comunità rurali”.

La spinta a lasciare il Senegal e la sua vita precedente è venuta proprio dal teatro, e da uno dei suoi primi maestri, Hector Aristizabal, colombiano che ha dovuto lasciare il paese negli anni Novanta in seguito a minacce di morte dei paramilitari. È successo a fine 2016, quando la Colombia ha firmato accordi di pace con uno dei gruppi armati più grandi del paese, le Farc. “Ho chiamato Hector e gli ho chiesto: ‘Pensi che possiamo fare qualcosa per accompagnare la riconciliazione nel tuo paese usando il teatro?’ Mi ha risposto di sì. Ho preso la decisione di seguire questa mia passione e sono partito”. Il sogno di Angelo, infatti, è quello di sviluppare tecniche teatrali specifiche per accompagnare ex combattenti e comunità colpite da conflitti in un processo di riconciliazione. “Vorrei sperimentare questo metodo in Colombia e applicarlo poi – con gli adattamenti necessari – in Siria, con i rifugiati Rohingya della Birmania, in Congo. Vorrei fondare una scuola di teatro per la riconciliazione dove persone di tutto il mondo possano apprendere tecniche teatrali da applicare nei contesti post-conflitto, che potranno poi portare nei loro paesi, adattandole alle loro culture”.

Non ho rinunciato a nulla quando ho deciso di cambiare lavoro

Mentre si racconta, parla con voracità e non si concentra su quello che ha lasciato ma su quanto vorrebbe costruire. Tanto che il passaggio dall’essere dipendente della grande ong a libero professionista del teatro non crede abbia avuto alcun impatto sulla sua vita quotidiana. “Non ho rinunciato a nulla quando ho deciso di cambiare lavoro”, racconta Angelo elencando quanto di “superfluo” ha sempre scelto di eliminare, dall’automobile ai cibi preconfezionati, passando per la decisione di non cambiare spesso vestiti e oggetti elettronici. “Tutto questo mi ha permesso di risparmiare e di acquisire uno stile di vita meno consumistico”.

Una scelta che lo ha certamente aiutato nell’adattamento che sempre serve in un trasferimento Oltreoceano. “La possibilità di vivere all’estero è utilissima e contribuisce a creare una cultura più aperta anche nel nostro paese. Per chi come me rientra spesso e mantiene solidi legami con l’Italia penso che vivere all’estero sia un grosso contributo allo sviluppo sociale dell’Italia”. Il problema non è uscire dall’Italia, quindi, “ma creare le condizioni perché chi è stato all’estero e desidera rientrare trovi delle opportunità di farlo, portando in Italia la sua esperienza”. Nelle sue ore di attesa all’aeroporto di Cali, viene da chiedersi se si è mai voltato indietro dopo avere lasciato quanto in Italia viene spesso vista come la tanto ambita sicurezza del posto fisso. “No, è importante prendere sul serio le proprie passioni ed essere concreti nel pianificare i passi che ci portano a fare quello che davvero desideriamo. A volte occorre prepararsi, magari per anni. Poi, quando una porta si apre, bisogna partire senza rimpianti”.

Il Fatto di Domani - Ogni sera il punto della giornata con le notizie più importanti pubblicate sul Fatto.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Uk, da magazziniere a manager. “Italiani affondati da tasse e contratti ridicoli”

next
Articolo Successivo

Esperto di risorse umane in Svizzera. “Qui grande qualità della vita. Eppure pensavo che non avrei mai lasciato la Sicilia”

next