Dopo aver chiesto e ottenuto il divorzio dall’Unione Europea il Regno Unito non riesce o non vuole dare una data di scadenza alla fase di transizione: un limbo che Bruxelles non potrà accettare e che viene criticato dai falchi Tory. Così giorno dopo giorno, riunione dopo riunione, il post Brexit si rivela sempre più complicato anche per il governo di Theresa May. La premier, stretta dai falchi del suo partito e messa sotto pressione anche dal leader del Labour Jeremy Corbyn, ha deciso di riunire riservatamente nella sua residenza di campagna dei Chequers i ministri senior, membri del subcomitato governativo per la Brexit, nel tentativo di limare le divisioni e fissare una strategia condivisa per la fase due dei colloqui con l’Ue.

Ultimatum a May di 62 deputati conservatori
Secondo l’euroscettico Daily Telegraph, i falchi del governo sono pronti a mettere il veto al progetto attribuito alla May di cercare un accordo di divorzio con Bruxelles che possa puntare a una transizione morbida senza scadenze rigide (finora la premier aveva indicato invece tassativamente il limite massimo di due anni) e accetti il divieto per Londra di negoziare accordi di libero scambio con Paesi terzi durante l’intero periodo transitorio. Di “turbolenze” fra i ministri riferisce pure il progressista Guardian, dopo che ieri un primo avvertimento alla premier era arrivato da 62 deputati conservatori brexiteers: largamente determinanti per la tenuta della maggioranza. E ieri Corbyn è partito all’attacco sull’argomento come raramente in passato nel Question Time settimanale ai Comuni denunciando la mancanza di una soluzione sulla questione dei confini irlandesi e sulle possibili conseguenze del divorzio dall’Ue sui diritti dei lavoratori. Diritti dei quali il Partito Conservatore è pronto “a fare un falò”, ironizzando sulle rassicurazioni del ministro per la Brexit, David Davis, secondo le quali nel dopo-Brexit non vi sarà una deregulation da incubo “alla Mad Max” e invitando polemicamente l’esecutivo a fissare la barra delle garanzie almeno “un poco più in alto”.

Il Financial Times svela la transizione senza data
L’altro ieri era stato il Financial Times a svelare la possibilità di una “transizione” senza data di scadenza fissata invece prevista per il 29 maggio 2019. Ovvio che raà necessario un periodo “implementazione“. Ma gli europei chiedono che la transizione finisca il 31 dicembre 2020 in modo da approntare il budget successivo senza i britannici, ma il governo Uk avrebbe chiesto, secondo Ft, che la durata del periodo sia determinata “da quanto ci vorrà a preparare i nuovi processi e sistemi che sosterranno la futura partnership”.

Nasce Renew, “braccio armato” del Remain
Intanto il fronte anti-Brexit pare rigorganizzarsi. Best for Britain, un gruppo sostenuto da Soros e da donazioni volontarie, ha annunciato che sta organizzando una campagna pubblicitaria che prevede poster e cartelloni che messaggi online. C’è poi un nuovo partito si chiama Renew (Rinnovare) si ispira apertamente al movimento francese En Marche che ha portato Emmanuel Macron all’Eliseo. Il partito si definisce il “braccio armato” del movimento Remain che ne 2016 aveva fatto campagna a favore di restare nella Ue, intende candidare centinaia di persone alle elezioni amministrative di maggio e fare pressioni sui deputati che non prendono posizione contro Brexit. La prima riunione pubblica di Renew si è svolta nei giorni scorsi per presentare una piattaforma nella quale l’obiettivo di rovesciare la Brexit è dichiarato.

I tre neoleader e promotori dell’En Marche d’Oltremanica – i semi sconosciuti James Torrance, James Clarke e Sandra Khadhouri – si mostrano fiduciosi. E puntano ad allineare almeno 200 candidati nei vari collegi già al prossimo appuntamento elettorale. Clarke si dice convinto che oggi i sostenitori dei Remain, contrari all’uscita dall’Ue, siano maggioranza nel Paese al contrario di quanto accaduto nel referendum del 2016. E presenta Renew come “il braccio armato” di questa (presunta) maggioranza silenziosa. “Possiamo essere un’alternativa agli estremisti per milioni di elettori che nel Paese si sentono oggi dei senzatetto politici, Remainers, ma anche Brexiteers”, fa eco Khadhouri. Un traguardo ambizioso, a cui potrebbero dare tuttavia ali il danaro e le leve di potere manovrate da figure d’establishment apertamente contrarie al divorzio da Bruxelles come Tony Blair, George Soros o lord Adonis. Figure magari impopolari, ma potenzialmente influenti se decidessero di unificare le proprie campagne anti-Brexit e radunare le forze dietro il nuovo partitino macronista senza Macron.

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