Dalla strategia della paura siamo passati alla “strategia dell’incertezza“. E’ l’apoteosi del dubbio che ci invade. Cartesio gongola, perché il suo cogito ergo sum oggi si palesa come l’unica certezza che possediamo. In politica la forza del dubbio, ha un valore enorme perché se tutti i cittadini cominciano a dubitare del comportamento politico, davvero le cose potranno cambiare. Oggi l’enorme successo del dubbio, come filosofia, lo dobbiamo a Grillo e i suoi.

Irrompe sulla scena una capacità che stimola la ricerca della verità come mai era accaduto prima. Certo la “menzione speciale” va tributata a Filippo Roma e Marco Occhipinti, che hanno esercitato il dovere del dubbio fino al massimo, come hanno l’obbligo di fare tutti i giornalisti. Ma se invece di Luigi Di Maio la cosa fosse capitata ad altri politici, sarebbe finita in inseguimenti, scene mute o mosse di arti marziali. Filippo Roma ne sa qualcosa, lo ha sperimentato in diverse occasioni. La lezione che otteniamo da questa vicenda è soprattutto che a volte: “le risposte non bastano“.

Ciò significa che anche le domande non bastano. Ci vuole di più. Ci vuole quel lavoro continuo fatto di notti davanti al terminale, telefonate e incontri clandestini, la pazienza di non bruciare tempi ed eventi, una grande capacità nel coccolare e rassicurare le fonti. Tutte cose che appaiono scontate ma non lo sono affatto. Sono difficili e rendono il mestiere complicato. Popper aveva proprio ragione. Bisogna fornire ai giornalisti una patente speciale. Patente che sicuramente non possiamo tributare a Fabio Fazio nel momento in cui chiama la pubblicità quando Alessandro Di Battista parla di Berlusconi in prima serata ricordando la sentenza della Cassazione, perché elimina un trasferimento fondamentale da schermo a telespettatori: il dubbio. Con la strategia dell’incertezza l’obiettivo è appunto quello di eliminare i dubbi e spacciare per certezze le proprie convinzioni. I dubbi invece spingono al ragionamento, all’analisi, al ricorso alla memoria.

I migliori docenti che abbiamo avuto li ricordiamo perché alimentavano il senso critico, stimolavano la capacità di pensiero, di sogno. Ma, si direbbe allora, si può governare con i dubbi? Intanto dobbiamo affermare che da sempre siamo governati da ipotesi: la previsione del pil, del deficit, gli spread, le percentuali di crescita e di occupazione, le coperture. Tutti elementi sui quali è doveroso avere dubbi. Sono ipotesi, previsioni, nient’altro. I grandi economisti alla fine si sono inventati la “mano invisibile del mercato” per far tornare i conti… cioè il caso, potremmo dire il dubbio al quadrato.

Con l’incertezza, qualcuno spera di scatenare la paura e il ricorso al voto utile. Non ha fatto i conti con l’insorgenza della rivoluzione provocata dai dubbi e soprattutto dalla capacità di governare i dubbi. Oggi “in questo mondo di ladri”, addestrare al dubbio è già un enorme successo. E il merito dei pentastellati resta stampato nella storia per questo, hanno sostituito alla rabbia il dubbio. Tanto lo hanno fatto bene da subirne anche internamente le conseguenze. Su una cosa, io però non avrei dubbi. Che il 4 marzo sia necessario recarsi a votare. Comunque ed ognuno con i suoi dubbi. Altrimenti il dubbio potrebbe trasformarsi nella cosa più deleteria per noi: “il rimorso”. E se vivere con i dubbi è auspicabile, vivere con i rimorsi è una tragedia.

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