Una intervista pubblicata nei giorni scorsi da Il Secolo XIX mi ha colpito: “Per chi voterò? Ho talmente tanti problemi che non ci ho neanche pensato (…) Ma voterò eh, non faccio decidere agli altri per me. Sa però qual è il punto? Che con i miei soldi io ho aiutato lo Stato, l’Inps, le banche. Ma chi aiuta me?”. La signora D, intervistata assieme ad altri colleghi, lavora in un importante centro commerciale del settentrione d’Italia, dove, secondo i dati del sindacato, il 43% delle assunzioni è a tempo determinato. E, come sottolineano le altre interviste, la precarietà del lavoro è il tema più sentito.

Il retail non è il solo settore dove la precarietà lavorativa è diventata una regola di vita. Anche nel mondo universitario, dove la stabilità del posto di lavoro (tenure) era una garanzia di libertà di pensiero, la precarietà si è diffusa enormemente. Secondo una statistica affidabile, pubblicata dalla Association of Governing Boards of Universities and Colleges degli Stati Uniti, nel 1969 il 78% dei docenti universitari era di ruolo o seguiva un percorso finalizzato a tal fine (tenure-track). Dopo quarant’anni, nel 2009, soltanto poco più del 33% di costoro godeva di questa condizione lavorativa ed esistenziale. Tutti gli altri erano legati a contratti deboli, rapporti di lavoro che riducono la capacità di resistere alle violazioni della libertà accademica. Questa condizione fa passare qualsiasi voglia di lamentarsi se i compensi per i servigi didattici sono infimi; o di opporsi quando la titolarità dei corsi viene continuamente messa in discussione. E la tempesta sta per abbattersi anche sulla scuola secondaria americana.

Poco importa come questi precari vengano chiamati. La denominazione varia da nazione a nazione e perfino da un’università all’altra. Più l’attribuzione è lusinghiera e il titolo roboante, meno la posizione è sicura, poiché la semantica gioca un ruolo perverso nella società contemporanea: oggi la propaganda politica chiama “missione di pace” un atto di guerra, con la piena complicità dei media, come cent’anni fa la sparuta ma risoluta minoranza rivoluzionaria russa si autoproclamava “bolscevica”, che in russo vuol dire maggioritaria. E chi non ricorda gli enormi manifesti di propaganda del partito che ritraggono il Grande Fratello assieme a uno dei suoi slogan preferiti: La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza?

Con le imminenti elezioni, la signora D pone la politica davanti a uno scambio impari, poiché nessuna forza politica può tranquillizzare la gente sulla precarietà del lavoro, ma solo circuirla per guadagnare un voto al volo. E così accade ai precari di oggi e di domani dell’università. Perché c’è di più: il concetto stesso di lavoro remunerato è in crisi, giacché si tende a pagare sempre meno chi fa un bel lavoro, partendo dal presupposto che “se è così bello…”. Fino a non pagarlo affatto.

Il 60% di chi ha lavorato a Expo-2015 di Milano lo ha fatto gratuitamente: il paradigma del free work, nel suo duplice significato di lavoro gratuito e libero, sta emergendo come un carattere significativo del lavoro contemporaneo. Anche in Svizzera – l’amata Svizzera rimpianta dal senatore Razzi – gli stage, il volontariato, gli straordinari non pagati, i lavori a fronte di salari molto bassi, le attività e capacità richieste ma non riconosciute e quindi non retribuite, segnalano l’emergenza di una nuova forma di lavoro che non integra il lavoro contrattualizzato, ma lo sostituisce. Sono state 8,7 miliardi le ore di lavoro non remunerato fornite in Svizzera nel 2013, ovvero il 14% di tempo in più rispetto a quello dedicato al lavoro retribuito (7,7 miliardi di ore). E il valore complessivo del lavoro non remunerato prestato nel 2013 è stato stimato in 401 miliardi di franchi.

Quasi dieci anni fa, Megan McArdle scriveva su The Atlantic che “assumere qualcuno con un contratto di cinque anni a 80mila dollari è molto meno costoso che assumerlo con un contratto di 40 anni a 65mila. Il primo è una passività, forse, di 350mila dollari; il secondo, di milioni”. Si riferiva all’insopportabile costo della tenure universitaria. Se il lavoro altro non è che una passività, i giovani non devono stupirsi di una vita più precaria di quella dei loro genitori, baciati dalla fortuna dei “gloriosi trent’anni” dell’età del welfare. Come cantava Leonard Cohen, possono tentare a loro modo di essere liberi “come un uccello su un filo / Come un ubriaco in un coro di mezzanotte“. E sono invitati a far fruttare i 15mila dollari in più che guadagnano, gentile omaggio alla precarietà, magari investendoli in un hedge fund.