Dimenticate il clima olimpico, l’incontro tra popoli e culture, la fiamma, il mito di Olimpia e la sua retorica, le aspettative, le polemiche, i campioni. La ventitreesima edizione delle Olimpiadi invernali comincia nel disinteresse generale. In Italia e nel mondo nessuno si è accorto che i migliori atleti degli sport su neve e ghiaccio si sfideranno dal 9 al 25 febbraio a Pyeongchang, in Corea del Sud. Nessuna televisione si è svenata per comprare i diritti (la Rai lo ha fatto per fare felice il Coni di Malagò), nessun coreano è interessato ad assicurarsi i biglietti per assistere alle competizioni. Nemmeno la “tregua olimpica” sbandierata da Nord e Sud, da Kim Jong-un e Moon Jae-inun’operazione di distensione che però non porterà a cambiamenti concreti – ha scaldato gli animi.

I Giochi olimpici non li vuole più organizzare nessuno. E quelli invernali ancor più delle “vere” Olimpiadi estive. A parte l’eccezione delle spese faraoniche di Vladimir Putin per Sochi 2014, circa 38 miliardi di euro, anche con costi più contenuti l’evento rimane un salasso per chi lo organizza. Ne sanno qualcosa a Torino, dove otto anni dopo le Olimpiadi del 2006 le casse comunali erano le più indebitate d’Italia (per oltre tre miliardi di euro) e la città doveva ancora fare i conti con impianti abbandonati ed enti costosi. Tant’è che i prossimi Giochi invernali verranno organizzati a Pechino, dove le montagne più vicine distano 90 e oltre 200 chilometri. I cinesi sono gli unici a potersi permettere, un decennio dopo quelle estive, di organizzare ancora delle Olimpiadi. L’altra candidata era Almaty, la città più popolosa del Kazakistan che sorge sulle pendici dei monti Trans-Ili Alatau. Non c’erano alternative.

Ecco perché da Sankt Moritz, Cortina e Innsbruck si è finiti a Pyeongchang, nella sperduta provincia di Gangwon. I coreani si erano ripromessi di tornare sugli standard economici di Vancouver 2010 (costo: 9 miliardi di dollari) ma secondo il quotidiano The Philippine Star arriveranno a sfiorare i 13 miliardi di dollari di spese, un terzo in più di quanto era stato preventivato al momento dell’assegnazione. Ma soprattutto, una volta terminati i Giochi, nella contea di Pyeongchang che si trova 180 chilometri a est della capitale Seul, dei sette impianti costruiti non sapranno che farsene. Lo stadio olimpico, costato circa 109 milioni di dollari, ospiterà le cerimonie d’apertura e di chiusura, poi verrà smantellato. È inutile, conta 35mila posti a fronte dei 45mila abitanti dell’intera contea. Le piste da sci verranno dismesse per restituire le montagne alla fauna locale. L’ovale sede delle gare di pattinaggio potrebbe diventare un magazzino per il pesce congelato, anche se pare che l’opera di “riconversione” sia infattibile.

In Corea del sud gli sport invernali, escluso lo short track, non interessano a nessuno. E lo dimostra anche il fatto che degli 1,18 milioni di biglietti stampati molti restano ancora invenduti. A fine novembre le vendite non erano nemmeno arrivate al 30% dei posti disponibili. Il governo sudcoreano ha dato mandato ai propri funzionari di regalare i biglietti alle scuole e pure le banche si sono mobilitate acquistando pacchetti per i loro clienti. Il tutto per evitare di avere gli stadi deserti e cercare di nascondere il flop.

E se dal vivo gli spettatori saranno pochi, non andrà meglio in televisione. Gli europei, i principali interessati ai Giochi invernali, dovranno fare i conti con otto ore di fuso orario per vedere i loro atleti. Risultato? Gare che cominciano alle due di notte e ultime medaglie assegnato quando qui è ora di pranzo, mentre durante il prime time serale in Corea saranno tutti a dormire. Per questo motivo la Rai avrebbe fatto volentieri a meno di acquistare i diritti per trasmettere le Olimpiadi in chiaro. Poi il consiglio d’amministrazione ha autorizzato in extremis (a neanche due mesi dalla cerimonia d’inaugurazione) una spesa da 10 milioni di euro che in altri casi non avrebbe mai avallato. “Di fatto un tributo a Giovanni Malagò”, hanno spiegato da viale Mazzini. Oltre a far contento il numero uno del Coni, è forse l’unica buona notizia per gli appassionati. Ma non lo è di certo per le casse della tv pubblica.

In tutto questo, il solo che è riuscito a muovere interesse per le Olimpiadi è stato Kim Jong-un. L’incontro tra le delegazioni di Corea del Nord e del Sud voluto dal giovane dittatore ha portato all’accordo per far sfilare fianco a fianco i due Paesi durante la manifestazione d’apertura, uniti sotto la stessa bandiera. Una piccola luce dopo i mesi di scontri tra Kim e Donald Trump che in molti hanno salutato come una possibile svolta in nome della “tregua olimpica”. Ma anche in passato lo sport era stato utilizzato come mezzo per avviare il dialogo tra le Coree e gli esiti erano sempre stati pessimi. “Se qualcuno pensa che, da questo momento, si possa mettere sul tavolo negoziale con il regime di Kim la questione del nucleare, si accorgerà che quel tavolo salterà immediatamente”, ha spiegato al Ilfattoquotidiano.it Antonio Fiori, docente di Politica e Istituzioni della Corea all’università di Bologna. Insomma, le Olimpiadi invernali non interessano veramente neanche a Kim Jong-un, e almeno in questo è in linea con tutto il resto del mondo.