Era il 13 novembre scorso quando la 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita a New York, ha adottato la risoluzione di Tregua Olimpica per i Giochi Olimpici e Paralimpici invernali di PyeongChang 2018. Il mondo guardava già verso questa penisola asiatica ma non ancora per i XXIII Giochi Olimpici invernali in programma a Pyeongchang, nella Corea del Sud, dal 9 febbraio al 25 febbraio 2018. Lo sguardo di tutti noi puntava a Nord e al braccio di ferro Trump-Kim Yong-Un. Il repertorio andava da “Trump è un mercante di guerra, strangolatore di pace” all’uscita su Twitter del presidente americano datata 3 gennaio: “Il mio pulsante nucleare è più grande del tuo”.

Tregua Olimpica a rischio si pensò a un mese dai Giochi, e invece il miracolo di una pacificazione “sportiva” pare sia realtà e, a pochi giorni dalla cerimonia inaugurale, ci si gusta una armonia inusuale per quella zona, quasi una voglia di “contaminarsi” dopo anni di gelo. E non intendo quello meteorologico che potrebbe trasformare questi Giochi nei più freddi della storia. Secondo le previsioni le temperature potrebbero scendere anche fino ai – 14°C, superando il record dell’edizione di Lillehammer ’94, che si fermò “solo” a -11°C. Usa e Nord Corea pare faranno i “conti” dopo i Giochi mentre si scioglie la cortina di ghiaccio tra le due Coree: la bandiera nordcoreana sventola già nel villaggio olimpico (a fianco a quella dell’Italia). Dodici giocatrici di hockey sono già da alcuni giorni a Pyeongchang per allenarsi anche con le “colleghe del Sud”. Sono arrivati anche dieci atleti di cui tre parteciperanno alle gare di sci alpino, tre di fondo e quattro pattinatori. Hanno varcato la frontiera per raccontare forse poco a livello di risultati sportivi ma tantissimo altro sotto l’aspetto storico ed emotivo.

Suona dunque un’altra musica e proprio questa, eseguita dall’orchestra nordcoreana Samjiyon è al centro di un caso che dimostra quella voglia di tornare di appartenersi. Le due date in cui i 140 elementi della banda del Nord sono sold out e le oltre 150mila richieste per l’ingresso gratuito dell’8 e 11 febbraio non potranno essere accolte tutte. L’organizzazione però ha ritagliato una piccola parte di essi, 1.100 biglietti, che saranno distribuiti tra persone indigenti o componenti delle famiglie che furono separate dalla guerra di Corea (1950-1953), il conflitto che ha determinato la divisione della penisola coreana e da allora regolato da un armistizio mai sostituito da un trattato di pace.

Prove di disgelo? Sicuramente la presenza come capo delegazione del presidente della Corea del Nord, il 90enne Kim Yong-nam mostra la determinazione di Pyongyang nel migliorare le relazioni bilaterali. Colui che è di fatto il secondo in grado dopo Kim Yong-Un, incontrerà anche presidente sudcoreano Moon Jae-In. Tre settimane di tregua olimpica non basteranno a spianare quasi 70 anni di divisioni ma se la storia è fatta di miracoli determinati da suggestioni, una opportunità per “vedere” l’unificazione ci sarà durante la cerimonia inaugurale. Gli atleti delle due Coree sfileranno sotto la bandiera dell’unificazione coreana (utilizzata per la prima volta nel 1991 in occasione del campionato mondiale di ping pong in Giappone e presente durante l’apertura dei Giochi Olimpici di Sydney 2000, Atene 2004 e Torino 2006).

Non sventolava più da oltre dieci anni e sfiderà il gelo, meteorologico, per mostrare con semplicità il messaggio forte che risalta sullo sfondo bianco: Corea unita!