Anche se nessuno ce lo ha detto, non ci possono essere dubbi sul fatto che Tomek, rimasto solo su quella montagna, detta da tutti “assassina”, non ci sia più. E infatti, iniziano i ricordi e le commemorazioni di chi lo conosceva bene e lo apprezzava. “Mi piacerebbe che la via per la vetta del Nanga Parbat, venga chiamata: Il sogno di Tomek”, dice lo scalatore pontino, Daniele Nardi. E per ricordarlo rende pubblico un film (in maniera gratuita per alcuni giorni).

Il film racconta il tentativo di scalata invernale dello sperone Mummery, della via Kinshofer e della Heisendle-Messner, oggi chiamata Mackiewicz-Revol. “Rendere pubblico il film è un modo per far conoscere quella splendida persona che era diventato Tomek, dopo aver superato, grazie all’alpinismo e alla montagna, grandi difficoltà di vita”, spiega Nardi. Parla di Tomek anche Wojciech Kurtyka, leggenda dell’alpinismo polacco e mondiale: “Abbiamo perso una delle persone più libere e indipendenti del nostro ambiente. Quello che ha fatto sull’Himalaya è stato qualcosa di assolutamente incredibile”.

Ed Elizabeth? Elizabeth è al sicuro ormai e si sta curando il congelamento di mani e piedi in ospedale a Islamabad. La vediamo in foto con le mani e i piedi fasciati mentre racconta all’Agenzia France Presse, quello che è successo quel giorno su quella maledetta vetta. Lei e Tomek erano arrivati in cima, intorno alle 18. Operazione perfettamente riuscita. Ma lì, lui le confessa che ha difficoltà a vedere, anzi, aggiunge “non vedo più nulla”. Le spiega che si è dovuto togliere la maschera mentre salivano perché con la nebbia non riusciva a vedere il percorso. Non c’è tempo da perdere. Iniziano a scendere e lui si appoggia a lei. Ma fa sempre più fatica e respira male. Arrivati a 7200 si riparano in un crepaccio e Tomek comincia a sanguinare dalla bocca.

Sono gli evidenti segni di un edema. Non ce la fa a proseguire. I soccorsi sono stati attivati e “intimano” a Elizabeth di scendere ai 6mila. Così che avrebbero potuto prendere prima lei e poi Tomek. A malincuore lei lo lascia là, riparandolo nel modo migliore possibile. E lo rassicura sui soccorsi. Durante la discesa Elizabeth ha le allucinazioni. E’ mattina quando arriva ai 6800 metri. A quel punto sente l’elicottero, ma c’è tanto vento e quindi il salvataggio viene rinviato al giorno dopo. L’incubo di un’altra notte all’addiaccio la spinge a scendere ancora. Comincia ad avere gli arti congelati, ma quando alle 3,30 del mattino è al Campo 2 e vede davanti a sé due lampade frontali muoversi, capisce che è salva e inizia a urlare. Erano infatti Adam Bielecki e Denis Urubko, i due scalatori polacchi prelevati dal K2. Per Tomek, però, non
c’è più nessuna possibilità e nessuna speranza. Troppo tardi. Elizabeth si addolora al ricordo di quel suo compagno di avventura che non c’è più. E promette di andare a trovare i 3 bambini di Tomek che non vedranno più il loro padre. Perché da oggi in poi, tutti, dovranno fare qualcosa per quei bambini rimasti orfani, per un amore viscerale per la montagna, che può essere vita o morte, insieme.