E’ stato il discorso sullo stato dell’Unione più twittato di sempre – alla mezzanotte di Washington, le sei del mattino in Italia, i tweet si avvicinavano ai cinque milioni; ed è stato il più ricercato su Google di tutti i tempi, battendo il record stabilito nel 2010 da Barack Obama. E’ nei social l’eco maggiore del discorso che Donald Trump ha pronunciato con accenti trionfalistici di fronte al Congresso riunito in sessione plenaria, con i repubblicani ad applaudire fragorosamente ogni passaggio e i democratici impassibili – numerosi gli assenti, in segno di dissenso.

Il presidente degli Stati Uniti più divisivo di tutti i tempi indossa, come aveva già cominciato a fare a Davos, al World Economic Forum, la scorsa settimana, i panni dell’unificatore. Tono e modi sono meno urticanti del solito, ma la sostanza non cambia di molto, al di là degli appelli all’unità.

Joseph “Joe” Kennedy III, deputato del Massachusetts, pronipote di JFK, cui i democratici affidano la replica, afferma che “i bulli possono sferrare un pugno e lasciare il segno”, ma non hanno mai avuto la meglio “sulla forza e lo spirito di un popolo unito”. I dati sulle reazioni del pubblico sono contraddittori: per la Cbs, il discorso è piaciuto al 75% dei telespettatori, per la Cnn solo al 48%.

Un sollievo, per Trump, arriva, a luci ormai spente nell’aula della Camera, quando la pornodiva Stormy Daniels, al secolo Stephanie Clifford, nega di avere mai avuto una relazione con lui: “Non la nego perché sono stata pagata, la nego perché non c’è mai stata”. In un comunicato, la Clifford, che in un’intervista del 2011 aveva raccontato nei dettagli i suoi incontri nel 2006 con il magnate e showman, smentisce i fatti. Poi, però, ospite del comico Jimmy Kimmel in uno show sulla Abc, Stormy rimesta nel torbido e mette in dubbio la smentita: “La verità? Che cos’è la verità?”. Secondo il Wall Street Journal, il legale di Trump, Michael Cohen, avrebbe comprato il silenzio della pornodiva versandole 130mila dollari, poche settimane prima delle presidenziali 2016.

Il presidente che si propone di unificare il Paese può almeno presentarsi con una famiglia unita: c’è Melania, la first lady, con un completo pantalone di Dior bianco suffragette – la stessa scelta d’Hillary Clinton, quando accettò la nomination -, mentre le democratiche vestono in nero #Metoo; e – tranne Barron, il ragazzino – ci sono tutti i figli, che Ivanka, la prediletta, riunisce a casa sua, prima dell’evento, per una cena di famiglia.

Il discorso è lungo (80 minuti) ,il più lungo finora pronunciato da Trump presidente, e non riserva sorprese. L’eco dei successi: “il più grande taglio delle tasse della storia”, la creazione di 2,4 milioni di posti di lavoro, l’eliminazione d’un sacco di burocrazia e il fatto di essere divenuti “esportatori d’energia”; gli impegni a costruire “un’America sicura, forte, orgogliosa”, a renderla “di nuovo grande per tutti”, a “voltare pagina sugli accordi commerciali iniqui”; la mano tesa a lavorare in modo bipartisan e “ad accantonare le differenze e a cercare l’unità”; lo slogan “il nostro nuovo momento americano” forse inavvertitamente “copiato” da Hillary.

In politica estera, l’ossessione è di “rompere con le politiche del passato fallimentari” di Obama: Trump ammette che “molto resta da fare” contro il terrore integralista; è caustico con l’Iran; parla della Corea del Nord e della “natura depravata” del suo leader Kim Jong-un; tace sul Russiagate e sulle interferenze di Mosca sul voto; accenna a un “momento magico” per il disarmo atomico, che però non c’è; e rilancia il piano sull’immigrazione.

Di fatto e concreto, c’è il decreto per mantenere aperta Guantanamo, la “prigione della vergogna”: “promessa mantenuta”, dice il presidente. L’orgoglio, per una volta, non è ben riposto.