L’ordinamento penitenziario, la legge che regolamenta il funzionamento delle carceri italiane, risale al 1975. Una buona legge, pensata tuttavia per un mondo oggi molto cambiato, con istituti di pena oggi molto differenti. Basti pensare che negli anni 70 quasi non c’erano stranieri in carcere, mentre oggi sono circa un terzo della popolazione detenuta in Italia.

Si è dunque pensato, complice anche la pesante condanna inflitta nel 2013 all’Italia dalla Corte Europea dei Diritti Umani, di scrivere una nuova legge. È un percorso che va avanti da anni, con grande profusione di impegno ed energie intellettuali. Un percorso che ha visto inizialmente una decretazione d’urgenza per intervenire prontamente dopo la condanna; poi ha attraversato quella grande consultazione pubblica voluta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che è andata sotto il nome di Stati Generali dell’esecuzione penale, coinvolgendo tanti magistrati, avvocati, operatori penitenziari, accademici, esperti, membri dell’associazionismo e producendo molto materiale di grande qualità; infine ha visto la composizione di alcune commissione ministeriali, che hanno lavorato alla scrittura concreta del nuovo articolato normativo, secondo criteri dettati da una delega parlamentare.

Tra le cose da riformare, una delle più rilevanti riguardava la gestione delle carceri minorili. La legge del ’75 conteneva una norma transitoria che stabiliva che la legge stessa, pensata per le carceri per adulti, poteva applicarsi ai minori solo fino a quando il legislatore non avesse provveduto a scrivere un ordinamento penitenziario apposito. Si pensava che sarebbe stata questione di poco tempo. Ma dopo oltre quarant’anni tale ordinamento non ha ancora visto la luce. Alle carceri minorili si applicano ancora oggi le stesse regole delle carceri per adulti, con una evidente irrazionalità che chiunque può ben comprendere. I ragazzi, che la giustizia spera di recuperare alla società, hanno esigenze formative, educative, relazionali, disciplinari, emotive differenti rispetto a quelle degli adulti. Il legislatore del ’75 aveva dato per scontato che servisse una normativa specifica, fidandosi tuttavia un po’ troppo di chi lo avrebbe succeduto.

Cosa accade oggi? Che tutto quel percorso che ho sopra brevemente descritto – Stati Generali, commissioni ministeriali – è andato per le lunghe ed è arrivato alle porte delle prossime elezioni di marzo. Tra le potenziali nuove norme alle quali si è lavorato, c’è anche un ordinamento penitenziario specifico per gli istituti penali minorili. Ma nel frattempo sono arrivate le baby gang (che ovviamente ci sono sempre state), la campagna elettorale, i proclami urlati dalle pagine dei giornali. E la nuova legge penitenziaria minorile è rimasta dentro a un cassetto. Si aspettava nelle scorse settimane un suo passaggio al Consiglio dei ministri, ma esso non è avvenuto.

Nei giorni scorsi i giudici minorili dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (Aimmf) hanno rilasciato un allarmato comunicato stampa nel quale ribadiscono “la non più rinviabile necessità di prevedere misure alternative conformi e misurate alle istanze educative del condannato per reati commessi durante la minore età”, ricordando come ai minorenni e ai giovani adulti “dal 1975 (cioè da oltre quarant’anni) vengono purtroppo applicate norme pensate per i detenuti maggiorenni; norme che, come ripetutamente richiamato dalla Corte Costituzionale, solo transitoriamente avrebbero dovuto colmare questa seria lacuna normativa”. Stiamo parlando di operatori della giustizia estremamente specializzati ed esperti nella valutazione dei minorenni, persone dalla grandissima professionalità e competenza che nel corso degli ultimi trent’anni hanno difeso il sistema italiano della giustizia minorile e lo hanno reso quel modello cui l’intera Europa oggi guarda.

I magistrati richiamano “il valore che l’approvazione di questa normativa potrà assumere, anche in una prospettiva europea e internazionale, dotando di strumenti nuovi e così rafforzando la giurisdizione minorile nell’attuazione di un sistema penitenziario orientato ai principi espressi dagli artt. 27 e 31 della Costituzione, tanto più attuali se posti a confronto anche con recenti fatti di cronaca nei quali spesso i minori rivestono al tempo stesso il ruolo di autori e vittime dei reati”. La cronaca e l’attualità non devono essere usate dall’istituzione per rincorrere la pancia dell’opinione pubblica. Vanno gestite all’interno di strategie profonde, pensate e radicate nei valori di una società. La riforma auspicata dall’Aimmf e da tanti altri soggetti che si occupano di giustizia minorile va incontro a questi valori. Ci auguriamo che il governo lasci da parte le timidezze elettorali e presenti subito il nuovo testo di legge.