Il 23 gennaio un’imbarcazione con a bordo 152 migranti e rifugiati si è capovolta dopo che uno dei trafficanti aveva aperto il fuoco, seminando il panico. Sono annegati almeno in 30. Non è uno dei purtroppo consueti lanci di agenzia su un naufragio nel Mediterraneo. L’imbarcazione non era partita dalla Libia e non era diretta in Italia.

A bordo c’erano somali ed eritrei. Erano salpati dal porto di Aden, nello Yemen. Tornavano verso i loro paesi, ma all’approdo di Gibuti in 30 non sono mai arrivati.

Erano migranti e rifugiati fuggiti dal conflitto somalo e dalla feroce repressione in Eritrea e avevano cercato riparo in un altro paese devastato dalla guerra. Pare assurdo ma attualmente in Yemen ci sono oltre 280mila rifugiati e richiedenti asilo di altri paesi. Solo nel 2017, dal Corno d’Africa ne sono arrivati 87mila.

Fanno parte degli oltre due milioni di sfollati di guerra. Quella guerra iniziata il 25 marzo 2015, quando una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha iniziato a bombardare lo Yemen (anche grazie a forniture di altri paesi, Italia inclusa) per cacciare dal potere gli houti, un gruppo armato sciita.

Distratti da altro, non ci accorgiamo di quanto le cose stiano ulteriormente peggiorando. I somali e gli eritrei morti in mare nei giorni, che avevano giudicato meno peggio tornare a casa, ne sono la conferma. Così come le ulteriori 1457 famiglie yemenite che alla fine dello scorso anno si sono aggiunte al totale degli sfollati.

In questi quasi tre anni di conflitto, migliaia di vite sono state spazzate via da bombardamenti indiscriminati e altri crimini di guerra.

La guerra ha prodotto una crisi spaventosa, compresa un’epidemia di colera: 22 milioni di persone, oltre il 90 per cento della popolazione totale dello Yemen, dipendono dagli aiuti umanitari per la loro sopravvivenza.

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