“Ti faccio cercare da tutta Ostia… sai che vuol dì? … ti spezzo tutte le costole. Io pijo le tenaglie e ti strappo i denti“. Fabrizio Rutilo era furente. Voleva indietro i soldi prestati e si era infuriato dinanzi alla richiesta di una dilazione avanzata dal debitore. Alla fine, a furia di minacce, lo “costringeva a consegnargli una somma di denaro superiore ad euro 800 euro (…) in due trance, una il 12 dicembre 2015 e l’altra tra il 21 e il 22 dicembre 2015 procurandosi cosi un ingiusto profitto con altrui danno”. Lo aveva fatto, scrive il giudice per le indagini preliminari, “avvalendosi della forza intimidatrice derivante dall’appartenenza dei soggetti agenti al clan Spada“, motivo per cui Rutilo è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Rutilo è tra le 31 persone (la trentaduesima risulta latitante) tra membri e affiliati alla famiglia Spada raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare con cui il Gip di Roma Simonetta D’Alessandro tratteggia i contorni di una realtà che tutti nel X Municipio di Roma conoscevano da anni, ma di cui l’opinione pubblica ha cominciato a rendersi conto solo dopo la testata e le botte inflitte da Roberto alla troupe di Nemo – Nessuno escluso: il controllo che la famiglia esercita su Ostia, chiaramente emerso dalle indagini coordinate da Michele Prestipino, procuratore aggiunto a capo della Direzione distrettuale antimafia, nelle quali sono risultate determinanti le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia. Per anni gli arrestati si sono avvalsi, scrivono gli inquirenti, “della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”.

“Era venuto al ristorante con una macchina rubata portandosi un lanciafiamme al seguito e se si fosse infuriato avrebbe dato fuoco a tutto“, racconta una vittima del presunto clan in una conversazione intercettata, parlando di Carmine detto “Romoletto“, fratello di Roberto (nella foto). “Questo neanche ti minaccia, ti ammazza direttamente“, aggiunge. E in un’altra intercettazione una vittima spiega: “Questi non guardano in faccia nessuno e se Romolo non hai soldi ci ammazza tutti”, adombrando il potere di un sodalizio che, scrive il Gip, esercita il suo potere “in un’area di impunità, scaturente dalla forza evocativa e minatoria del nome”.

Una forza che da evocativa si fa quanto mai reale quando serve. Accade quando Roberto Spada, fino ai fatti di novembre considerato il volto pulito del clan in quanto incensurato, costringe la madre di un pusher che non riesce a onorare i suoi debiti (“a seguito del mancato pagamento di una partita di hashish”)  a cedergli l’appartamento, più grande del suo, assegnatole dal Comune di Roma. “Quando abbiamo arrestato Roberto Spada – ha spiegato il comandante dei carabinieri del Gruppo di Ostia, Pasqualino Toscani – era nell’appartamento di oltre 100 metri quadrati che aveva sottratto alla donna”.