Hanno tra i 18 e i trent’anni. In tasca un visto working holiday, ovvero il permesso di restare in Australia al massimo dodici mesi. Un anno in cui avvocati e chirurghi si sveglieranno all’alba per raccogliere la frutta nei campi mentre medici e psicologi si ritroveranno a servire ai tavoli. È la generazione degli under 30 impegnati a trasferirsi in Australia, quelli che non hanno tempo di preoccuparsi di chi continua a chiamarli “bamboccioni”. Perché loro sono troppo impegnati a fare il salto nel vuoto a 15mila chilometri da casa. “Quelli che ho incontrato qui, lungo le strade australiane, sono tutt’altro che ragazzi viziati. Vedo giovani coraggiosi, intraprendenti, che si tirano su le maniche e ricominciavano da zero”. A dirlo è Marco Zangari, messinese che a Sydney vive ormai da dieci anni. Col suo passaporto australiano in tasca e la nostalgia della Sicilia nel cuore, il 38enne ha deciso di catturare il fenomeno della generazione “working holiday” in Latinoaustraliana, ironico ritratto dell’esperienza dei giovani italiani in Australia.

La residenza permanente resta un miraggio per la maggior parte degli emigrati

Che sia stata colpa di Crocodile Dundee o del film di Alberto Sordi Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, nell’immaginario di Marco al sogno americano si è sempre sostituita la Eldorado australiana. Come lui, sono numerosissimi gli italiani che cercano di mettere piede in Australia con un visto lavoro-vacanza per poi cercare – in quell’anno – una chance che permetta loro di non dovere rifare le valigie. Tanto che i visti working holiday sono passati da 1.894 nel biennio 2004/2005 a 15.138 nel 2014/2015. Difficile dare le cifre di quanti italiani stiano cercando la loro strada in Australia, visto che gli arrivi dal Belpaese (che nel 2015-2016 sono stati 100.565) non fanno distinzione tra chi è in vacanza o chi sta cercando di emigrare. “A fronte di queste cifre, è bene ricordare che la residenza permanente (ovvero l’obiettivo finale di chi cerca di emigrare, e che è il passo che precede la cittadinanza australiana, ndr) resta un miraggio per la maggior parte: solo 496 italiani l’avevano ottenuta nel 2005/2006, arrivando ai 1.309 del 2014/2015”. Cifre decuplicate, ma che restano minime rispetto al numero di italiani che tentano di ottenerla.

Ma chi sono questi italiani working holiday? “Ragazzi spesso disoccupati, che hanno finito l’università e non riescono a trovare lavoro nel proprio settore o lo trovano precario e sottopagato. O ancora che, a causa della crisi, hanno visto diminuire gli introiti della propria professione, quando non l’hanno persa direttamente”. È successo lo stesso anche al 38enne siciliano: laureato in psicologia clinica e di comunità, all’università La Sapienza a Roma, in Italia passava il suo tempo “a lavorare gratis per istituti e ospedali, a partecipare invano a concorsi e a mandare curriculum su curriculum, per vedermi sempre il solito raccomandato passare davanti”. Arriva poi il giorno in cui si ha il sospetto che nel proprio settore non ci sia un futuro. “E io avevo ormai fretta di averne uno”.

Il processo di riconoscimento dei titoli italiani in Australia è tortuoso, lungo e costoso

Non è facile adattarsi a fare un lavoro diverso da quello per il quale si ha studiato tanti anni. “Eppure il processo di riconoscimento dei titoli italiani in Australia è tortuoso, lungo e costoso”. Ed è così che il percorso di Marco è anche quello di molti di quegli italiani che hanno cercato di trovare radici in Australia. “Ho fatto il cameriere, il lavapiatti, il venditore porta a porta, il magazziniere, l’impiegato e ovviamente ho lavorato anche nelle fattorie, raccogliendo mango e lime nel nord dell’Australia, vicino ai tropici, insieme agli aborigeni”. Da sei anni Marco lavora per una no-profit italiana a Sydney e si occupa di dare assistenza e informazioni ai ragazzi in arrivo dall’Italia. “Il lavoro che faccio adesso mi piace tantissimo, è molto interessante e mi permette di essere creativo e flessibile, e soprattutto di rendermi utile per tantissimi ragazzi. Ho conosciuto tantissime persone e fatto esperienze da poterci scrivere altri due libri. Dubito che in Italia avrei potuto avere le stesse opportunità. Il che è molto triste da dire”. Lo fa ormai da quasi sei anni mentre da cinque conduce un programma sulla radio italiana australiana, Rete Italia, dedicata ai giovani emigrati dal Belpaese e alle loro storie. “C’è chi sembra appena fuggito da una zona di guerra, e chi riparte dopo nemmeno un mese perché la nostalgia è intollerabile. C’è chi si inventava da capo dei mestieri improbabili, come la gestione di un carretto di gelati, e chi aspetta il colpo di fortuna”.

Cosa fare prima di partire? “Informarsi”, non smette di ripetere Marco. Ad esempio, sapere che in questo momento Sydney ha un costo delle case superiore a quello Londra o New York, può spiegare perché sia essenziale avere da parte un po’ di risparmi, prima di prendere un biglietto aereo di sola andata per l’emisfero australe. “Partire all’avventura è indubbiamente affascinante ma troppo rischioso quando c’è l’Australia di mezzo. Non credete alle voci di corridoio: l’Australia può essere estremamente generosa, ma ti fa sudare qualsiasi cosa e i tempi della corsa all’oro sono finiti da un pezzo”.

Far giudicare a chi resta le ragioni di chi parte fa un torto a tutti. Non si tiene conto delle storie, spesso, tristi, difficili, di precarietà e zero futuro

E mentre sei all’estero a combattere la tua personale battaglia col futuro, può anche capitare di imbatterti in persone che criticano i cosiddetti “cervelli in fuga”, perché secondo loro lasciano affondare la povera Italia. “Far giudicare a chi resta le ragioni di chi parte fa un torto a tutti. Non si tiene conto delle storie, spesso, tristi, difficili, di precarietà e zero futuro, che ci sono dietro a una persona che emigra. Non si tiene conto di quanto spezza il cuore abbracciare tutti all’aeroporto e passare il check-in, senza sapere quando li rivedrai”. Non si tiene conto che ci si ritrova all’improvviso stranieri, a dover ricominciare da zero, spesso da soli. “Non si tiene conto che queste persone continuano a seguire le vicende italiane anche dall’altra parte del mondo, continuano a sentirsi italiani nonostante tutto, a dirsi che magari potrebbero fare ancora tanto nel loro Paese ma è il Paese stesso a non dar loro le opportunità per farle. Se questo è scappare, allora ci sfugge il senso di qualunque emigrazione, vecchia o nuova”.