Barbados, Panama e gli Emirati Arabi Uniti non sono più paradisi fiscali. Almeno sulla carta. I ministri dell’economia e delle finanze degli Stati Ue li hanno infatti rimossi dalla black list di 17 Paesi messa a punto solo lo scorso dicembre. Espunti anche Corea del Sud, Grenada, Macao, la Mongolia e la Tunisia. “Si sono impegnati a cooperare”, è la spiegazione dell’Ecofin. Gli otto Stati saranno spostati in una lista ‘grigia’ e soggetti a “stretto monitoraggio” degli impegni presi. La Commissione europea però non si fida e ha chiesto ai ministri di pubblicare le lettere con cui si sono impegnati a cooperare. Ottenendo come risposta un no.

“Non possiamo automaticamente pubblicare le lettere”, ha detto il presidente di turno, il bulgaro Vladislav Goranov, spiegando che i Paesi interessati non sono stati avvertiti, quindi di fatto non c’è una loro autorizzazione. Il presidente ha quindi proposto che il gruppo di contatto con le giurisdizioni non cooperative chieda agli otto il permesso di pubblicare le lettere. A Panama, va ricordato, c’era la sede dello studio Mossack Fonseca, che aiutava politici, imprenditori e sportivi a creare società offshore per pagare meno tasse.

La black list pubblicata a dicembre era già stata criticata perché Bruxelles ha deciso di non inserire nessun paese membro dell’Unione, come Irlanda, Lussemburgo – al centro dello scandalo LuxLeaks – e Paesi Bassi. Nell’elenco restano ora solo Bahrein, Guam, Isole Marshall, Namibia, Palau, Saint Lucia, Samoa e Trinidad e Tobago.

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