di Mirko Annunziata

L’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha portato, tra le tante conseguenze, anche una decisa sferzata anti-ambientalista da parte di Washington. Oltre alla clamorosa uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sull’ambiente, l’amministrazione Trump ha in più occasioni mostrato un forte scetticismo nei confronti delle denunce di scienziati e attivisti sui pericoli arrecati dall’uomo al nostro pianeta. Con premesse del genere, assieme a fenomeni dal grande clamore mediatico quale la devastante serie d’incendi che ha incenerito le foreste della California, è lecito aspettarci che l’anno appena trascorso sia stato un completo disastro per l’ambiente.

Invece ci sono alcuni avvenimenti che mostrano come il 2017 sia stato un anno in cui decenni di lotte a tutela dell’ambiente stiano finalmente cominciando a dare i primi frutti, con buona pace di Trump e della sua strizzata d’occhio agli industriali americani.

Il leopardo delle nevi, da decenni cacciati tra le montagne dell’Asia Centrale per via della sua pelliccia e per lungo tempo considerato come prossimo alla scomparsa è stato dichiarato non più a rischio di estinzione. Oggi la specie è considerata come “vulnerabile”, il che significa che la minaccia non è ancora del tutto scongiurata. Ogni giorno si perdono le tracce di un esemplare, quasi sempre per opera di cacciatori di frodo; un numero importante se si considera che i leopardi delle nevi, in totale, ammontano a poche migliaia di esemplari. I segnali restano comunque incoraggianti, e non isolati, considerando che sempre nel 2017 è continuato il trend di crescita della popolazione negli ultimi anni registrato da un cugino del leopardo delle nevi, la tigre indiana.

Un altro grande successo per l’ambiente è stato messo a segno in Brasile. Com’è noto, il grande paese sudamericano ospita la più grande foresta del mondo, la Foresta Amazzonica, al cui interno si cela un patrimonio di biodiversità inestimabile per il pianeta. Per anni tuttavia la foresta è stata oggetto di un abbattimento scellerato e ad esserne vittime, oltre che la biosfera, sono state le popolazioni di nativi locali perseguitate da contractors ingaggiati compagnie impegnate nel disboscamento. La Ong Conservation International ha cominciato a piantare 73 milioni di alberi all’interno della Foresta Amazzonica. Un’iniziativa che, occorre ricordarlo, non è sufficiente a contrastare un disboscamento che procede a ritmi sostenuti, ma che rappresenta perlomeno un primo segnale di un cambio di prospettiva nelle priorità da parte dello stato brasiliano, sostenitore e finanziatore del progetto.

Quello che tuttavia può essere considerato come il miglior risultato dell’anno non coinvolge grandi animali o alberi, ma una piccola creatura fondamentale per l’ecosistema di tutto il pianeta. Da tempo la comunità scientifica è molto preoccupata dalla moria di api nei paesi industrializzati dell’Occidente. L’impollinazione delle piante ad opera delle api rappresenta infatti un processo fondamentale per lo sviluppo della nostra vegetazione. L’estinzione di una specie al di fuori dall’ordine naturale è sempre una tragedia per l’ambiente, ma l’estinzione delle api potrebbe rappresentare la fine della vita sul pianeta, compresa quella della nostra specie. Negli Stati Uniti quest’anno il numero di api morte è calato del 27%. Un risultato in realtà fragile, dovuto a un forte intervento ad opera degli apicoltori, che non va ancora a risolvere le cause strutturali di una moria che ancora deve destare preoccupazione, ma in ogni caso un primo passo verso una reale prese di coscienza da parte dell’uomo.

Occorre notare, infatti, che questi e altri risultati positivi ottenuti nel 2017 sono il frutto di un coordinamento tra vari organismi, dalle organizzazioni ambientaliste fino ai governi. E proprio dai governi arriva un’altra buona notizia, con Francia, Germania e India che nel 2017 hanno vietato la circolazione delle macchine a diesel.

Naturalmente queste prime inversioni di tendenza non devono farci abbassare la guardia. Rispetto a questi primi segnali incoraggianti resta comunque uno scenario sconfortante per il futuro prossimo. Alcune aree del continente africano rischiano di diventare inabitabili per l’uomo, con la conseguenza di un’esplosione del fenomeno, già in forte crescita, dei migranti economici. E se per scettici irriducibili quali l’attuale Presidente degli Stati Uniti la salvaguardia della biosfera non è una ragione soddisfacente a porre rimedio, forse la prospettiva di milioni di disperati alle porte del mondo ricco possono far cambiare a lui (o perlomeno al suo elettorato).