Manca trasparenza sull’utilizzo dei fondi per l’aiuto allo sviluppo e l’emergenza migranti. Una partita da 6,6 miliardi di euro nell’ultimo anno, sulla destinazione dei quali sono disponibili pochissimi dettagli. Necessari, però, tenuto conto che la questione legata all’immigrazione e all’accoglienza è un tema centrale anche nella campagna elettorale in corso. Formalmente siamo sulla strada giusta: l’Italia aumenta i fondi destinati all’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), come da accordi internazionali. Ma cosa finanziano effettivamente queste risorse? Raggiungono i paesi più poveri o no? Da alcuni anni una quota crescente di Aps rimane nei Paesi ricchi, dove viene usata per gestire l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Questa quota di aiuto sta letteralmente esplodendo. Accade anche in Italia dove i fondi destinati davvero ai Paesi più poveri sono diminuiti dal 2011 al 2016 del 71%. Il budget oscuro tra cooperazione e migrazione, seconda edizione di Cooperazione Italia, lavoro di analisi realizzato da Openpolis e Oxfam, fa i conti dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano, incrociando i dati con quelli delle risorse a disposizione per l’emergenza migranti. I due consuntivi di spesa in teoria si sovrappongono sul capitolo dell’accoglienza ai rifugiati. Dovrebbe essere possibile confrontarli e metterli in relazione. Ma così non è. Questione di trasparenza, appunto.

IMPOSSIBILE VEDERCI CHIARO SUI BUDGET – In questo lavoro di analisi Openpolis e Oxfam hanno tentato di fare luce sui dati di spesa pubblica diffusi da due enti differenti: da una parte il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, che pubblica i rendiconti ufficiali dell’aiuto pubblico allo sviluppo, dall’altra il ministero dell’Economia e delle finanze, con le stime di spesa per l’emergenza migranti pubblicate nel Documento di economia e finanza (Def) 2017. I due capitoli della spesa pubblica apparentemente distinti sono entrambi in crescita costante negli ultimi anni, sia le risorse Aps, composte da una quota sempre maggiore di risorse per l’accoglienza dei rifugiati, sia le stime per la gestione dell’intero fenomeno migratorio, comprensivo di richiedenti asilo e rifugiati, e di tutti gli altri migranti. “Si tratta di 6,6 miliardi di euro nell’ultimo anno rispetto ai quali è necessario essere trasparenti”, ha detto Francesco Petrelli, senior policy advisor di Oxfam Italia, secondo cui “se da un lato, ad esempio, è giustificabile l’allocazione in quota Aps di attività umanitarie nei Paesi donatori come ad esempio il salvataggio in mare, non è corretta invece l’imputazione di spese per l’accoglienza o l’integrazione dei migranti che è giusto che afferiscano ad altri capitoli del bilancio statale”.

DOVE VANNO LE RISORSE DELLA COOPERAZIONE – Le politiche di cooperazione pubblica allo sviluppo sono coordinate dall’Ocse (Organizzazione per lo sviluppo economico), al cui interno opera un comitato di 30 Paesi donatori, i cosiddetti paesi Dac (dall’acronimo inglese donor assistance committee). Nel 2016 il volume dell’Aps mondiale ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011). Rispetto al 2015 l’Italia ha incrementato del 13% le risorse e nel 2016 è arrivata a destinare all’Aps 4 miliardi e 476 milioni di euro. “Con l’esplosione dei costi per i rifugiati – rileva l’analisi – aumentano però in modo considerevole i soldi che rimangono nei Paesi donatori, tra cui l’Italia, mentre diminuisce costantemente la quota di risorse che raggiunge quelli più poveri (i Paesi Ldcs, least developed countries). I fondi dei Paesi Ue destinati effettivamente a quelli Ldcs sono scesi da 9,7 miliardi di euro del 2011 a 8,5 miliardi nel 2016. I fondi italiani diminuiscono del 71%. Com’è possibile? La risposta è nei dati che fanno riferimento ai fondi dei Paesi Ue non allocati geograficamente, voce di bilancio composta in gran parte dai costi per l’accoglienza dei rifugiati. Negli stessi anni quei fondi sono passati da 9,2 miliardi di euro del 2011 a 20,8 miliardi di euro nel 2016. D’altro canto in Italia l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4% in un anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’Aps totale, per arrivare al 35% nel 2016. Se apparentemente l’obiettivo di arrivare a destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo lo 0,30% del proprio reddito nazionale lordo entro il 2020 è ormai a portata di mano, stando allo 0,27% già raggiunto nel 2016, non si può non tenere conto del fatto che negli ultimi anni una quota crescente è stata spesa nei paesi donatori per l’accoglienza dei rifugiati, gonfiando a livello solo contabile i fondi della cooperazione, ma di fatto sottraendo risorse a progetti e attività a favore dello sviluppo nei paesi più poveri. Sotto questa prospettiva, ci allontaniamo dalla meta.

I TRUCCHI PER GONFIARE L’AIUTO – “Ma ci sono anche altre voci di budget – rileva lo studio – che, pur comparendo nel totale delle risorse destinate all’Aps, in realtà non sono fondi donati o concessi a credito agevolato a Paesi in via di sviluppo”. Si tratta, per esempio, di azioni come la cancellazione e la riconversione del debito: se un Paese in via di sviluppo deve dei soldi a un Paese ricco, quest’ultimo può accordare che quelle cifre siano spese in progetti di cooperazione invece che essergli restituite. “La cifra del debito così convertito – spiegano Openpolis e Oxfam – viene però contabilizzata tra i fondi che il Paese donatore mette a disposizione come Aps, anche se in realtà si tratta di vecchi esborsi”. Il risultato? “Il 36,8% dell’Aps totale italiano è ‘aiuto gonfiato’, cioè costituito da risorse che non finanziano progetti di cooperazione in senso stretto, come i costi dei rifugiati, oppure che non sono realmente addizionali”. Nel 2016 per i progetti reali di cooperazione, realizzati con fondi nuovi, sono rimasti circa 445 milioni di euro. Una briciola in confronto al miliardo e 649 milioni di euro di aiuto gonfiato. Quest’ultimo non raggiunge solo l’Aps, ma costituisce anche il 78,7% del canale bilaterale, ossia il flusso diretto di risorse che va da fonti istituzionali del Paese donatore alle istituzioni pubbliche del Paese ricevente che devono essere utilizzati per implementare sul territorio progetti che abbiano lo scopo di promuovere lo sviluppo economico e sociale.

IL BUDGET OPACO E IL FONDO AFRICA – Non è dato sapere come sia stato speso in Italia il miliardo e mezzo e oltre di Aps rendicontato alla voce ‘rifugiati nel Paese donatore’, non è possibile seguire quei soldi ‘sul campo’ e conoscerne l’uso concreto e dettagliato. “Oltre a un grande problema di trasparenza relativo a capitoli di spesa pubblica lievitati negli ultimi anni – si spiega nello studio – emerge evidente la mancanza di una visione unitaria sulla materia dell’immigrazione, la cui gestione finanziaria risulta frammentata tra capitoli di spesa imputati a vari ministeri (Esteri, Interni, Finanze)”. Emblematico è anche il caso del fondo Africa. Istituito dalla legge di bilancio per il 2017, il fondo ha introdotto risorse aggiuntive per un valore di 200 milioni di euro. Il corrispondente decreto attuativo è arrivato a febbraio 2017, emesso dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e ha stabilito una cadenza trimestrale per le rendicontazioni sull’uso delle risorse messe a disposizione dal fondo. Tuttavia i dettagli sull’utilizzo di queste risorse sono arrivati solo in seguito a una interrogazione parlamentare, a cui è stata data risposta a settembre. Ad oggi si tratta dell’unico documento ufficiale in cui sono contenuti dettagli di spesa e, per il momento, sono disponibili informazioni per 143 milioni (utilizzati anche per interventi militari). Il Niger riceve il 48% di queste risorse, seguito dalla Libia a cui va il 29%. I restanti 60 milioni risultano da attribuire negli ultimi mesi del 2017 e ad oggi non si hanno aggiornamenti.

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