Tre testimoni per ragionare su quanto in passato si è fatto pro o contro la ‘ndrangheta, in città e negli uffici pubblici di Reggio Emilia. Li hanno chiamati i giudici del collegio al processo Aemilia, alla ripresa di gennaio: l’ex direttore dell’ufficio delle entrate, Potito Scalzulli, lo scrittore Enzo Ciconte, l’ex assessore alla coesione sociale Franco Corradini.

Scalzulli ha raccontato in aula quanto già illustrato alla commissione parlamentare antimafia sulla gestione del Catasto di Reggio Emilia, dove a suo dire il personale operava tra inefficienze e discrezionalità favorendo l’abbattimento delle rendite catastali su immobili civili e industriali. Il suo tentativo di riorganizzare l’ufficio secondo criteri di efficienza e di rigore, ha ribadito, è stato fortemente osteggiato anche attraverso minacce e lettere anonime. Ha parlato in aula di “un’alta percentuale di dipendenti di origine calabrese (erano 5 su 64) che svolgevano azioni delittuose sotto protezione ed in connivenza e complicità con i vertici dirigenziali romani e bolognesi dell’Agenzia del Territorio, sapendo di contare su appoggi e favori di politici di rilevanza nazionale e locale”.

Pressato dalle domande del presidente Caruso ha illustrato l’unico caso direttamente verificato: la cancellazione dei file relativi ai dati di un capannone. Una inchiesta della Procura sullo stesso tema aperta nel 2002 era invece stata archiviata per prescrizione. Riguardava altri 21 immobili industriali sui quali era stata denunciata una riduzione della rendita che avvantaggiava i proprietari a scapito delle entrate dello Stato. In quella vicenda uno solo dei sei indagati era però di origine calabrese e Scalzulli non è riuscito a mettere a fuoco in aula altri elementi di collegamento tra quello che definisce “gruppo organizzato di pubblici dipendenti originari di Cutro” ed eventuali documentazioni falsate a vantaggio delle imprese di ‘ndrangheta.

La testimonianza dell’assessore Corradini è stata interessante per il botta e risposta in merito alle combattute primarie Pd del 2014 sulla scelta del candidato sindaco a Reggio Emilia. Alla fine vinse l’attuale primo cittadino Luca Vecchi ma nel partito si scatenò una forte polemica per la caccia ai voti dei non-reggiani. Il funzionario della Questura Domenico Mesiano (condannato a otto anni e sei mesi nel rito abbreviato) telefonò al presidente della associazione “Aquila” che raduna gli albanesi residenti in città chiedendo di non votare per Corradini. Per contro a favore dell’assessore si mossero i cinesi con un sms (in cinese) che invitava a recarsi ai seggi, mentre Abdou Yabrè, responsabile della comunità del Burkina Faso residente a Reggio, denunciò pubblicamente l’offerta di un euro a testa per i cittadini della comunità africana disposti a votare Corradini. Per quella storia il sindaco Ugo Ferrari, subentrato a Graziano Delrio già sbarcato a Roma, ritirò la delega di assessore allo stesso Corradini.

Poi è toccato ad Enzo Ciconte, che fu lo stesso Corradini a chiamare per la prima volta a Reggio in veste di consulente per approfondire il tema dell’infiltrazione mafiosa nell’economia locale. Ciconte sostiene, rispondendo al presidente Caruso, che la causa principale della forte penetrazione della ‘ndrangheta nei settori dell’edilizia, dei trasporti e del movimento terra non è tanto la politica di espansione urbanistica della città quanto le modalità con cui essa fu attuata. In particolare con le gare al massimo ribasso d’asta, che hanno premiata chi non pagava l’Iva e chi trattava i lavoratori da schiavi: la ‘ndrangheta appunto.

Luci ed ombre caratterizzano la storia di questa città secondo Ciconte. Non c’è isolamento sociale perché soprattutto i sindacati e la Camera del Lavoro in particolare hanno seminato molto, ma alla domanda: “Quante autorità di questo territorio hanno sostenuto che la mafia non c’è?”, la risposta è secca: “Tantisssime. E questa idea ha tranquillizzato, purtroppo, la gente”.