Quando si scrive di musica ad inizio anno si possono fare due cose: stilare l’immancabile “the best of 2017” con annessa classifica, oppure pescare un solo lavoro discografico. Sceglierne uno non perché sia il migliore in assoluto dell’annata, ma perché è quello che a distanza di molti mesi dalla pubblicazione ha la capacità di presentarsi sempre nuovo all’ascolto.

Un compito che vale la pena di fare per “A Deeper Understanding”, quarta opera in studio dei The War On Drugs, uscita il 25 agosto scorso. Per la band di Philadelphia guidata da Adam Granduciel è stato il primo LP ad essere pubblicato sotto l’etichetta Atlantic, un cambio di label che sottintende una spinta sempre più esplicita nel voler guidare il proprio progetto verso un pubblico più ampio, seguendo un po’ le traiettorie degli Arcade Fire.

Rispetto al precedente “Lost In The Dream” del 2014, divenuto un vero e proprio instant classic, Granduciel ha corretto di qualche grado la rotta di roots/americana di importazione 70/80, sospese in un amalgama rarefatto di space rock. In “A Deeper Understanding” le escursioni psichedeliche delle origini della band sono state egregiamente sostituite da forti trame melodiche alla Tom Petty, ora affidate alla voce sofferta di Adam, ora agli assoli della sua sei corde.

I War On Drugs ad un primo ascolto hanno questa capacità di rimandare immediatamente ad un viaggio nell’heartland americano, una firma sonora che somma epicità e dolore, transizione e perdita. Ci trovi distintamente Dylan, Springsteen, Neil Young. Ma anche John Hiatt, Warren Zevon, i Wilco di Jeff Tweedy. Tutto però è altrettanto distintamente moderno nella sensibilità, maniacale nell’arrangiamento, personale nella scrittura dei testi.

In “A Deeper Understanding” le liriche si intrecciano in cieli notturni che fanno da sfondo a veglie dense di domande (Up all night), figure in piedi davanti alla porta (Pain), viaggi in fuga dall’oscurità della notte e risvegli in mattine d’estate (Thinking of a place). All’interno delle dieci tracce compare in filigrana ovunque il dolore dell’amore perduto, della ricerca e della solitudine.

Questi temi dominanti sono portati avanti però con una postura quasi teatrale, senza rifugi in facili soluzioni radiofoniche. Gli undici minuti di “Thinking of a place” sorprendono ad ogni fraseggio, tenendo l’ascoltatore incollato ad un’elegia notturna che si struttura in due parti, simili ma differenti per tonalità e svolgimento. Un tramonto polveroso nel Midwest americano è il fondale simbolico su cui incede la bellissima “Strangest Thing”. Non mancano però anche momenti di grande vivacità ritmica, come “Nothing to find” e “Holding on”, che richiamano la luminosità della loro vecchia “Burning”. Il viaggio si conclude con l’atmosferica “You don’t have to go”, un inno all’amore che si riversa sull’altro nonostante la sua partenza: “I can feel the chains / The winds of love blow few / Let it move through me / Let it blow thorugh you / And take you into the night”.

Potremmo stare qui a dissertare su quanto questo album sia più o meno innovativo rispetto a “Lost In The Dream”, oppure più aperto verso il grande pubblico, ma non è questo il punto. “A Deeper Understanding” è un viaggio fragile tra l’opportunità della luce e il rischio delle tenebre. “I resist what I cannot change / And I wanna find what can’t be found” canta nella struggente “Pain”. Il rischio di perdersi si dirada nel ricordo di un abbraccio nel vento gelido. Questo disco ci racconta che esiste ancora un modo sincero di fare rock, senza vani citazionismi. Ci saranno ancora nuove strade da imboccare e treni da prendere con questa colonna sonora.