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All’inizio erano i marocchini. Poi è stato il turno degli albanesi, e poi, ancora, dei rumeni. Oggi è il turno degli arabi. E i rumeni, invece, sono nell’Unione Europea. Più o meno. Perché in realtà, per noi, di istinto, sono sempre un po’ degli immigrati. Anche se nessuno direbbe mai: un immigrato spagnolo.

O di un americano: un extracomunitario.

I rumeni sono entrati nell’Unione Europea nel 2007. Secondo molti analisti, insieme agli idraulici polacchi avrebbero rapidamente demolito la nostra economia. E la nostra società, in generale: secondo Luigi Di Maio, prossimo potenziale primo ministro, in questi anni in Italia abbiamo importato il 40 per cento dei criminali rumeni. E quindi ora sono molto curiosa di questa Liliana, che ho a fianco per circa 35 ore mentre torno in pullman da Bucarest a Roma. Ho mille domande. Anche se le prime, in realtà, sono le sue. Com’è Bucarest?, mi chiede. Ma davvero è bella come dicono?

Non c’è mai stata.

Viene da Costanza, sul mar Nero. E del mondo, ha visto solo due città: Castellammare di Stabia, in cui ha lavorato sei mesi senza essere pagata, e adesso Arezzo. In cui assiste una signora che è relativamente giovane, ha 70 anni, e però respira attraverso una bombola di ossigeno, e bisogna sempre stare un po’ allerta, perché se si inceppa, non respira. E sul suo stesso pianerottolo, poi, abita la sorella, insieme al marito malato di Parkinson. Alla fine, assiste tutti e tre. “Anzi. Tutti e quattro: si sono appena comprati un cane. Mi occupo un po’ di tutto. Della casa, della spesa. Di medici e medicine”. E però, dice, sono fortunata. Ho un contratto, dice. Ho uno stipendio. “E ho anche un giorno libero“. Che non avendo una casa sua, uno spazio suo, passa alla Coop.

I figli della signora vivono a Milano. Ogni tanto telefonano.

Ma sono persone perbene, dice. Sono fortunata.

Ha una laurea in Chimica.

Ha tentato di tutto, in Romania. L’operaia, la bracciante. Non voleva andare via. Anche perché aveva due figli piccoli: e un marito alcolista. Ma erano gli anni di Ceausescu, dice. “E per quanto lavorassi tutto il giorno, tutta la notte, eravamo alla fame. Letteralmente. Come tanti altri. Spesso andavamo a dormire digiuni. Non volevo un futuro per i miei figli: volevo prima di tutto un presente“, dice. Anche se così, è stato un presente che non ha visto. Sono cresciuti soli. E però sono fortunata, dice. “Oggi hanno vent’anni, e lavorano entrambi su navi da crociera. Tanti, invece, hanno avuto problemi, e oggi sono tossicodipendenti. Tanti si sono suicidati”. Sono fortunata, dice.

Anche se quella dei figli, in realtà, non è la sola vita che si è persa. “Conosco altre badanti, sì. E magari chiacchieriamo alla Coop. Ma niente di più”, dice. “Alla fine, è un po’ come se uno abitasse in ufficio. Non ti resta tempo, e testa, per altro”.

Sono quasi vent’anni che è in Italia: ma non ha neppure un’amica italiana.

Quelli come lei non solo non hanno demolito la nostra società: l’hanno salvata.

E a spese della loro.

In genere, traduco badante con “caretaker“. Ma mi è sempre difficile spiegare cosa intendo. Mi è difficile spiegare che in Italia il welfare non esiste, che le famiglie sono sole nella gestione della vecchiaia – e di mille altre cose. Che non abbiamo diritti. Abbiamo tutti una Liliana in casa, per noi è normale. Così come è normale la loro vita. Anche se, appunto: è un po’ come abitare in ufficio. E un ufficio, tra l’altro, popolato da ottantenni, novantenni agli sgoccioli, in condizioni fisiche e psichiche spesso precarie. E sentirsi nient’altro che un bancomat per la propria famiglia di origine, per un marito che intanto magari si è trovato un’altra, certo non aiuta.

Una badante su quattro è colpita da depressione.

L’hanno chiamata “sindrome Italia”.

Un’Italia in cui però, nonostante tutto, Liliana vorrebbe fermarsi. Ormai è il mio paese, dice. Più della Romania. “Ma non posso. Non potrei mai permettermi una badante”.