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Ogni tanto, all’improvviso, ricompaio a Casciana Terme, il piccolo, e sperduto, comune toscano in cui ho casa. E in cui torno essenzialmente per pagare le bollette. E ogni volta che entro alla posta, la signorina Elena, sempre un po’ in ansia per la mia vita, si informa, gentile, e mi chiede: Come va laggiù?

Non importa che torni da Gaza o dall’Australia. Oltre lo svincolo di Pontedera, che immette sulla superstrada per Firenze, il mondo si fa vago e indistinto.

Come va laggiù?

Oggi, però, la domanda mi è suonata un po’ più strana del solito. Perché ho appena finito di leggere l’ultimo rapporto di Amnesty International, ripreso un po’ ovunque, in rete, e spesso con una foto del nostro ministro degli Interni Marco Minniti: e in genere, invece, sono foto di generali africani, dittatori arabi.

Si parla molto di Italia, in questi giorni. Tranne che in Italia.

Secondo i dati più recenti, oltre 400mila migranti sono bloccati in Libia. Un paese che non è parte della Convenzione sui rifugiati del 1951, non ha leggi in materia, né, quindi, strutture adeguate: e in cui l’ingresso clandestino è reato. Se scoperti, i migranti finiscono in centri di detenzione che sarebbe più esatto definire centri di prigionia: anche perché dal momento che non esistono procedimenti giudiziari, si viene rinchiusi lì e basta, e l’unica, per venirne fuori, e tentare la traversata verso l’Europa, è pagare le guardie. Ovviamente, un sistema così si presta ad abusi di ogni genere. Ma il rapporto di Amnesty International non è solo, e tanto, sulle drammatiche condizioni dei migranti, su quello che subiscono, spesso per mesi, e persino anni: è sulle responsabilità dell’Europa. E in particolare dell’Italia. Che persegue il suo obiettivo di fermare i migranti, di impedire gli sbarchi sulle sue coste, senza il minimo interesse per come sono trattati in Libia.

La cooperazione con la Libia è sostanzialmente di tre tipi. Cooperazione con la guardia costiera, perché intercetti più gommoni possibile in mare. Cooperazione con il dipartimento del ministero dell’Interno che gestisce alcuni di questi centri di detenzione. E soprattutto, una serie di accordi con autorità e milizie locali, per impedire le partenze, prima ancora che gli sbarchi. Ma l’Europa, dice Amnesty International, e in particolare l’Italia, non possono sostenere di non essere a conoscenza degli abusi compiuti. Non solo tollerano questi abusi, ma con la loro cooperazione, addestrando, equipaggiando, finanziando chi compie gli abusi, contribuiscono al loro compimento.

Tecnicamente, non si chiama cooperazione. Si chiama complicità.

Sono cose note, ampiamente documentate e raccontate. Ma quello che colpisce è proprio questo: che siano note. E che però non interessino a nessuno. Come fossero cose normali. Cose minori. Perché c’è invece un termine, nel rapporto di Amnesty International, che a chi ha familiarità con il diritto non è sfuggito, ed è un termine terribilmente sinistro: “istituzionalizzazione“. Si parla di un’industria del traffico. Non di episodi isolati. Non di decisioni errate, di iniziative che magari hanno avuto effetti diversi da quelli voluti. Si parla di un sistema di torture e maltrattamenti.

E quando si parla di un sistema, si parla di crimini contro l’umanità.

Gad Lerner, “figlio fortunato di più migrazioni”, come dice di sé, ebreo a lungo apolide, è stato il solo a lasciare per questo il Partito Democratico di cui Marco Minniti è figura non propriamente secondaria. Per gli altri, i temi su cui giudicare questa sinistra sono sempre, ancora, la legge elettorale, il Jobs Act. La Banca Etruria. Mentre intanto, un suo ministro è al centro di un rapporto di Amnesty International.

Come un ministro del Congo. Del Sudan, della Siria.

A maggio Fatou Bensouda, procuratrice della Corte Penale Internazionale, che dal 2011 ha giurisdizione sulla Libia, si è detta interessata, in linea di principio, ad avviare indagini sulla questione dei migranti.

Abbiamo un ministro che un giorno potrebbe finire all’Aja.

E per crimini contro l’umanità.

Non per tangenti, come un Craxi qualsiasi.

Oggi la domanda vera è: Cosa succede quaggiù?